Si scriveranno libri su questo 2020: tanti, grandi, importanti. Si racconterà, il 2020, come il primo di guerra, la terza guerra mondiale, nemico il coronavirus. In guerra la prima vittima è l’innocenza, poi la pietà, quindi l’umanità nel senso di capacità di emozionarsi, commuoversi, gioire e sperare. Tra le vittime anche lo sport, che vive di queste emozioni e che, in un momento simile, ha avuto difficoltà a trovare i suoi spazi.

Quindi cosa resterà dello sport del 2020?

L’anno è iniziato male, con la scomparsa, improvvisa e tragica, di Kobe Bryant. E’ finito sulla stessa lunghezza d’onda, con quella di Maradona e Paolo Rossi. In mezzo è rimasto poco.

Doveva essere l’anno delle Olimpiadi di Tokyo. Pensavamo che non sarebbe più accaduto che i Giochi fossero spostati. Invece così è stato. Un brutto segnale per il mondo, abituato ai suoi riti e alle sue cerimonie, che fanno tanto sicurezza e accompagnano la nostra vita, come l’avvicendarsi dei papi e dei presidenti della Repubblica.

Si faranno nel 2021, per la prima volta in un anno dispari. Magari saranno migliori. Saranno l’occasione per tornare ad abbracciarci e guardare il futuro con un po’ di ottimismo. Infondo il vaccino è dietro l’angolo e fino a luglio c’è tempo perché le cose si aggiustino. Però resta un peso, un’ombra, difficile da cancellare. Il dolore per quello che accaduto è ancora vivo, la ferita fresca e non ha smesso di sanguinare. Le Olimpiadi in un anno dispari… mah, speriamo che si possano fare.

Intanto dovremmo cercare di capire se l’Italia potrà partecipare sotto la propria bandiera oppure con quella anonima dei cinque cerchi, come una qualsiasi repubblica delle banane. Il Governo avrebbe dovuto varare la riforma dello sport che, stante le difficoltà, non piace a molti. Sicuramente non al mondo dello sport, mai come in questa occasione solidale con il presidente del CONI. Se qualcuno voleva indebolire Malagò (con Sport e Salute e poi il Dipartimento dello Sport in seno alla Presidenza del Consiglio), è riuscito nel contrario. La riforma è ancora in alto mare e nel frattempo proliferano i centri di potere che intervengono sull’attività sportiva.

Che, detto per inciso, diventa sempre meno praticata a scuola, anche perché nel frattempo la scuola ormai è “a distanza”. L’attività di base, nelle società sportive, è ferma. I ragazzi, i nostri ragazzi, il futuro di questo paese, coloro che sono i meno responsabili (ed anche i meno colpiti, forse c’è una giustizia in questo?) di questo stato di cose, sono costretti a casa. L’unico sport che praticano è quello della playstation.. sarà forse per questo che il CIO guarda con attenzione gli eSport. Qualcuno ha detto: “sono lo sport del futuro”… Speriamo di no.

L’ultimo pensiero è dedicato a mio figlio maggiore e a tutti coloro che si trovano nella stessa condizione. Si allenano solitari sui campi, nel rigoroso rispetto delle norme di distanziamento, in attesa di un campionato che riparta, per farsi trovare pronti. Come Giovanni Drogo nel Deserto dei Tartari. Loro che di questo deserto non hanno responsabilità, e che non avrebbero ragione di temere, costretti a mortificare le proprie aspirazioni, i propri sogni, la propria voglia di fare sport.

Noi non siamo in grado di dare una risposta, se non quella di ricordare, ogni volta che escono di casa per andare ad allenarsi: “ricordati di mantenere le distanze!”. Che non è un gran consiglio, ma l’unico che riusciamo a dare. A dimostrazione della nostra pochezza generazionale.

Volevamo cambiare il mondo. Ci siamo riusciti, ma in peggio.

Antonio Ungaro

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