Il Sei Nazioni 2021 rischia seriamente di interferire con la campagna elettorale per la presidenza della Federugby. Sono ben cinque i candidati alla presidenza e quelli che rappresentano il recente passato hanno poco da stare allegri dopo la sonora sconfitta con la Francia.

Soprattutto rischiano di essere travolti dalla marea di commenti montante in questi giorni che ci vorrebbero, ancora una volta, fuori dal Torneo.

Ad aprire le danze, come ha ricordato anche il Corriere della Sera oggi con un articolo, è stato Sam Warburton, ex capitano del Galles e commentatore per la BBC: “Abbiamo raggiunto il limite – ha detto – l’Italia ha dimostrato da tempo di non avere il livello delle altre squadre del Torneo. Il suo gioco negli ultimi anni è peggiorato e credo che a questo punto sia un bene che si inizi a ragionare in termini di retrocessione”. 

Analisi impietosa quella dell’ex capitano dei Lions: “Non basta cacciare i giocatori dopo una sconfitta…” come dire che il problema, a suo avviso, è di sistema.

Opinione che ha trovato una sponda anche nell’ex ct della nazionale inglese Martin Johnson (vincitore da giocatore della Coppa del Mondo 2003): “La Francia è una bella squadra, ma nella partita di sabato è stato fin troppo facile per loro. Negli anni passati ogni volta che scendevamo a Roma era dura, lottavamo con i denti per portare a casa la partita. Invece questa volta non ho visto nessuna resistenza.”

Siamo sinceri, dati i rapporti economici e come è strutturato il Sei Nazioni, appare difficile, almeno fino al 2024 che possa cambiare qualcosa. Il sistema a sei ha portato maggiori guadagni da sponsor e diritti televisivi. Però lo sfogo che arriva dall’Inghilterra costringe tutti a delle riflessioni.

Ne vogliamo suggerire una. L’ultima vittoria dell’Italia al Sei Nazioni risale al 2015, con successo fuori casa contro la Scozia (28 febbraio). L’anno migliore, però, per noi è stato nel 2013, con il quarto posto a pari punti con la Scozia, terza solo per differenza punti.

Solo due anni prima (2011) Benetton esordiva nella Celtic. L’anno successivo (2012) nasceva la franchigia federale delle Zebre, sacrificando risorse a scapito dei campionati nazionali. Molti già allora avevano compreso che questa scelta non avrebbe alzato il livello della Nazionale, ma sicuramente impoverito quello della base.

A distanza di tre anni da quella scelta, già nel 2015 l’Italia aveva smesso di incidere nel Sei Nazioni. Gli ultimi cinque anni, poi, hanno visto calare sempre più la qualità complessiva della Nazionale e aumentare il distacco con le altre squadre. Da questo punto di vista il gap con la Scozia è addirittura imbarazzante: nei primi 10 anni del nuovo millennio con gli higlanders ci dividevamo il cucchiaio di legno. Adesso loro tornano a giocare per la vittoria.

Appare evidente che la scelta delle franchigie sia stata mortifera per tutto il movimento, di cui la Nazionale rappresenta lo specchio fedele. Solo uno dei cinque candidati presidenti ha avuto il coraggio di indicare nel suo programma questo. Gli altri continuano a perpetrare l’errore. Chissà se le società, al momento del voto, ne terranno conto.

Jules Elysard

Nato in una cittadina semisconosciuta tra Mosca e San Pietroburgo (non chiedetemi perché, è una storia lunga), di padre francese e madre italiana, mi occupo di sport fin da piccolo. Amo guardare le cose da un punto di vista diverso, a volte anche problematico, ma mai dogmatico. Ho collaborato con diversi quotidiani.

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