Addio Mennea: quella finale di Mosca una lezione di vita

Addio Mennea: quella finale di Mosca una lezione di vita
Pietro Mennea s'impone nella finale dei 200 metri a Mosca 1980

Pietro Mennea s’impone nei 200 metri a Mosca 1980

Quel giorno stavo sul campo, a caricare il fieno. Non che fosse la mia attività solita. Come ci fossi finito era storia lunga e, sotto il solleone, con le  mosche e l’odore acre di erba, me lo stavo chiedendo. Accade che qualche mese prima a me e mio fratello (un anno di distanza, praticamente coetanei) saltò la vacanza preventivata, con gli scout. Mio padre, per farci contenti, s’inventò qualcosa che di lì a qualche anno sarebbe diventato un “cult”: “Volete andare a dare una mano ad una famiglia di un mio collega, che ha un campo vicino Avezzano?” Agriturismo ante litteram; nella sostanza andammo a fare i pastori. Era il luglio del 1980 e me lo ricordo come se fosse ieri. Perché in quei giorni c’erano le Olimpiadi di Mosca e, tra polemiche per una partecipazione dimezzata, bandiera si bandiera no, io un po’ mi dispiacevo di non poterle seguire in TV.
Quel giorno, dicevo, stavo sul campo di grano perché era previsto così. Nessun gregge da accudire, nessuna pecora da andare a cercare. Dovevamo sistemare il fieno imballato sul carro, per le bestie. Una fatica immonda. Non mi andava. Pensavo… “oggi c’è la finale dei 200 metri. Oggi c’è Mennea.” Era un lunedì, ma la domenica avevamo lavorato lo stesso e mi ero perso le gare.
Quel giorno, ad una certa ora: “Tutti fermi, si torna a casa, andiamo a vedere Mennea”.
Nel salone della casa di Ortucchio, dove si pranzava tutti insieme e che dava su un piccolo cucinotto in cui stava la mamma del nostro ospite, accendemmo la TV che era sempre spenta. Ci volle un po’ perché le valvole (?) facessero il proprio dovere. Non mi ricordo se era a colori, ma non importa. Quello che ricordo è la gara, la voce di Paolo Rosi, pacata, che mi riportava ai campi da rugby del 5 Nazioni, la tensione per una gara in cui Mennea partiva favorito, ma non troppo. Mi ricordo il via, la curva incerta, la rimonta finale, l’urlo di gioia, il dito alzato. Nella stanza eravamo in tre/quattro, non di più. Finita la gara qualcuno spense la TV e disse: “torniamo a lavorare”. Mi accorsi, solo allora, che quel momento rubato al campo fu un regalo al sottoscritto. Un’attenzione garbata e senza fronzoli da parte di persone abituate a parlare poco e lavorare tanto.
Accadde così che attraverso lo sport si conciliassero due mondi diversi, uno in lenta sparizione, l’altro destinato ad incartarsi sui propri eccessi. Non fu un caso che ci ritrovammo, io e il mio giovane ospite, su Petro Mennea, un uomo del sud, che ha sempre preferito i fatti alle parole (nonostante la sua carriera di avvocato). Uno sportivo che ha costruito il proprio successo sul sudore e la fatica, proprio come la gente di campagna, che da quel giorno ho cominciato a capire ed apprezzare meglio.
Questo è il mio ricordo di Pietro Mennea, che non ho conosciuto ma che per lunghi anni ha rappresentato, nell’immaginario del nostro sport, “l’unico bianco in grado di battere i neri”, come dire l’orgoglio e il sacrificio italiano contro il talento e i soldi dei grandi del mondo.

AU

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