L’impresa è l’essenza del ciclismo, come oggi al Tour. Come oggi al Tour de France vola sul traguardo in solitaria un miracolo di gregario moderno. Se possiamo definirlo un gregario Ben Healy. Ma forse sì. Il quale oggi, nella tappa Port-A-Bayeux – Vire Normandie (201,5 km, 6 salite, arrivo con pendenza al 10 %), ha compiuto un’impresa che risuona come un eco potente dal passato: come Carrea nel 1952. No, è vero, Carrea non vinse la tappa da solo, ma conquistò la maglia gialla “per sbaglio” (o forse no!). Una storia che fa venire ancora i brividi perché come Ben oggi Sandrino (che all’anagrafe si chiamava Andrea ed era un gigante di uomo) ha saputo trasformarsi da gregario a protagonista.
Oggi. A 24 anni, il giovane irlandese dell’EF Education–EasyPost ha tagliato il traguardo in solitaria, staccando il gruppo con 42 km d’anticipo e vincendo con 2’44″ di vantaggio su Simmons e Storer. Non ha indossato la maglia gialla – andata a Van der Poel (altro campione antico e moderno nello stesso tempo) di un solo secondo su Pogacar (il Merckx de’ gioni nostri). Ma Ben – a nostro avviso, con tutto il romanticismo che vuole per condire questo meraviglioso sport – ha scolpito nell’anima del Tour con il suo capolavoro di coraggio e audacia.
Carrea e Healy: due fughe che insegnano
Ripensiamo a Sandrino Carrea, l’eterno gregario di Coppi (il più fedele, l’unico che non lo tradì mai fino in fondo e buonanima sa perché) che, per sbaglio, si ritrovò a Losanna, dopo 238 chilometri, settimo all’arrivo su otto fuggitivi (di certo non era uno da volate), ma con quell’impresa si trovò primo in classifica e quindi vestì la maglia gialla, anzi non la vestì sul podio, perché quando fu ufficiale la notizia lui era già in hotel a fare i massaggi. Gliela portarono in camera e ci piace immaginare che l’accarezzò tutta la notte, per frenare – si dice ancora che andò così – il giorno successivo e perdere il simbolo del primato che doveva toccare al suo capitano Fausto Coppi. Anche qui abbiamo un’opinione diversa: la fame non fa tirare i freni quando sul traguardo ci sono anche i soldi… Però questa è magia. Del Ciclismo che non invecchia quando si assiste a queste imprese.
Carrea, “gregario per eccellenza”, incarnava l’altruismo totale: “non meritavo quel maillot jaune” disse più volte. Healy, pur più consapevole ed eroe moderno, ha comunque incarnato questa essenza: ha scelto la fuga, ha spinto a tutta, non ha esitato. La vittoria non è arrivata per caso, ma per un attimo di follia, di pura determinazione. Alla sua maniera. Con la testa un po’ di lato, sconnessa dalla realtà del calcolo.
Bellezza non convenzionale
Ben Healy non ha lineamenti da star, e su quella bici non cerca di sfoggiare un fascino patinato. I capelli e la barba escono da ogni canone di atletismo puro. È duro, tenace, imprevedibile: una figura quasi “distorta” ma splendidamente umana. Come tanti gregari del passato, è il motore nascosto che rende spettacolare lo sport. La sua impresa ricorda quei “faticatori dietro le quinte”, uomini del sacrificio silenzioso, che restano nell’ombra ma scrivono la storia.
Un ciclismo che resiste al tempo moderno
Viviamo l’epoca del calcolo, delle performance meticolose, della caccia al record, delle strategie cadenzate: il gesto di Healy – come quello di Carrea oltre 70 anni fa – ci riporta all’essenza: coraggio, istinto, cuore. Ciclismo. Oggi più che mai, lo sport ha bisogno di queste fughe umili. Sono racconti di uomini, non di calcoli. Di uomini che, a dispetto dell’efficienza estrema, decidono di rischiare.
La tappa di oggi è molto più di un successo personale: è un inno al ciclismo autentico, quello del gregario, del rischiare, dell’umanità pura. E ci ricorda una sola cosa: questa vittoria è la sua essenza.

