TennisAlcaraz cede a Shelton: il circuito sta trasformando la sofferenza in show

Alcaraz cede a Shelton: il circuito sta trasformando la sofferenza in show

Alcaraz in evidente difficoltà allontana la telecamera e chiede rispetto per la sua sofferenza

Ben Shelton batte Carlos Alcaraz al termine di cinque set di fuoco nei quarti degli US Open, ma l’immagine destinata a restare arriva prima dell’ultimo atto. Lo spagnolo si copre il volto con un asciugamano, allontana la telecamera e vomita. Sono le 3 del mattino a New York. Il quarto si chiude alle 3.33, dopo quattro ore e 28 minuti, con il punteggio di 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6. L’ultimo punto è un ace di Shelton a 146 miglia orarie.

Alcaraz conquista il primo set, scompare per due, ritrova improvvisamente gambe e colpi nel quarto e trascina la partita al super tie-break. Shelton resiste alla rimonta e ottiene la prima vittoria della carriera contro un giocatore tra i primi tre del mondo. La meritava. Serve con una violenza impressionante, accetta il corpo a corpo e conserva lucidità mentre il campione in carica alterna magie, errori e cedimenti. L’americano raggiunge Frances Tiafoe in semifinale e garantisce agli Stati Uniti un finalista agli US Open per la prima volta dal 2006. Resta però una domanda scomoda. Perché nelle partite più importanti vediamo sempre più spesso un campione perdere accompagnato dalle immagini del proprio disfacimento fisico?

Vomito, crampi, medici chiamati in campo, giocatori piegati sulla racchetta, monologhi rivolti al proprio angolo. La sconfitta viene preceduta da una lunga rappresentazione della sofferenza. A volte è inevitabile e autentica. Altre volte finisce per assumere anche una funzione narrativa: mostrare a tutti che non si sta perdendo soltanto perché l’avversario è stato più bravo.

Il corpo diventa parte della giustificazione

Alcaraz non abbandona. Arriva fino al tie-break decisivo e perde contro un giocatore capace di chiudere con un ace imprendibile. Nessuno può mettere in dubbio il suo coraggio. Proprio per questo il gesto dell’asciugamano acquista un peso enorme. La telecamera cerca il volto del campione e lui prova a cacciarla. Vuole nascondere il momento più vulnerabile, ma ormai quella scena appartiene alla partita quanto un break o un diritto vincente. Il rischio è che la sofferenza diventi un certificato preventivo: “ho perso, ma avete visto in quali condizioni. Ho ceduto, ma il mio corpo aveva già presentato il conto”. Il risultato rimane sul tabellone ma nell’immaginario la superiorità dell’avversario viene in qualche modo ridimensionata.

La realtà, però, è che Shelton ha battuto Alcaraz, non ha approfittato del suo malessere. Ha servito meglio, ha prodotto meno errori nei momenti decisivi e ha avuto il coraggio di continuare ad attaccare quando lo spagnolo sembrava risorto. Eppure buona parte del racconto dei giornali e dei posteri finirà inevitabilmente sull’avversario che vomita. È già accaduto troppe volte.

Il tennis contemporaneo sembra aver bisogno di spiegare ogni caduta dei grandi attraverso un dolore visibile. La sconfitta pura, quella provocata dalla giornata migliore dell’altro, quasi non basta più.

Da Shanghai a New York, dodici mesi di corpi al limite

L’album dell’ultimo anno comincia nell’ottobre 2025, durante il Masters 1000 di Shanghai. Il caldo e soprattutto l’umidità trasformano il torneo in una prova di sopravvivenza. Jannik Sinner viene colpito dai crampi contro Tallon Griekspoor e deve ritirarsi nel terzo set, aiutato a lasciare il campo. Holger Rune chiede al giudice di sedia se sia necessario aspettare la morte di un giocatore prima di intervenire. Novak Djokovic vomita durante la vittoria contro Yannick Hanfmann, poi torna a soffrire contro Jaume Munar. Vince entrambe le volte, ma le immagini fanno il giro del mondo. Il risultato passa quasi in secondo piano rispetto alla resistenza dell’uomo.

A gennaio Melbourne ripropone lo stesso copione. Sinner viene assalito dai crampi contro Eliot Spizzirri. L’applicazione del protocollo per il caldo e la chiusura del tetto gli concedono il tempo necessario per riprendersi. L’italiano ammette di essere stato fortunato e completa la rimonta in quattro set. Pochi giorni dopo tocca proprio ad Alcaraz. Nella semifinale contro Alexander Zverev vomita nell’asciugamano, viene colpito da crampi estesi e fatica a spingere al servizio. Il tedesco protesta furiosamente per il trattamento medico concesso allo spagnolo, accusando gli ufficiali di proteggere i giocatori più importanti. Alcaraz resiste, vince 7-5 al quinto dopo cinque ore e 27 minuti e completa poi il Career Grand Slam. Quella volta la sofferenza costruisce il mito.

In aprile, a Madrid, Coco Gauff vomita a bordo campo durante l’incontro con Sorana Cîrstea. La statunitense continua, rimonta e vince. Anche qui il malore diventa il centro emotivo dell’incontro e quasi oscura il tennis giocato.

Il Roland Garros porta il fenomeno a un livello ancora più alto. Jakub Menšík resta in campo per quattro ore e 41 minuti contro Mariano Navone, vince al quinto e subito dopo crolla. Non riesce a rialzarsi, viene trattato con il ghiaccio e lascia il campo su una sedia a rotelle. Definisce “folli” le condizioni di gioco. È il vincitore, eppure appare come il superstite di qualcosa che non dovrebbe essere una normale partita di tennis. Il giorno successivo cade Sinner. Contro Juan Manuel Cerúndolo conduce 6-3, 6-2, 5-1. È a un passo dal terzo turno, poi arrivano vertigini e crampi. L’italiano perde 18 degli ultimi 20 game e viene eliminato al quinto set. Il numero uno del mondo esce al secondo turno e il tabellone perde il suo principale favorito. A New York la sequenza si completa. Novak Djokovic affronta Mariano Navone al primo turno, vomita ripetutamente, combatte con crampi e dolori alla schiena e alla spalla, parla da solo, si dispera, piange. Resta in campo per quattro ore e 36 minuti, ma perde 7-6, 5-7, 4-6, 6-2, 6-1. È la sua eliminazione più precoce in uno Slam da vent’anni. “Ho detestato ogni momento trascorso in campo”, ammette dopo la partita. Nove giorni dopo arriva Alcaraz. Stesso campo, altro quinto set, altro campione che vomita, altra partita terminata nel cuore della notte. Non siamo più davanti a episodi isolati: è una serie che non può creare domande a cui bisogna dare una risposta.

Il circuito consuma i protagonisti prima delle finali

Il tennis si sta privando da solo dei giocatori che vende al pubblico. I tornei diventano più lunghi. Sette Masters 1000 su nove occupano ormai dodici giorni. La stagione attraversa quasi tutto l’anno, cambia continuamente superficie, clima e fuso orario. Le sessioni serali iniziano tardi perché i programmi vengono costruiti attorno alla televisione e all’incasso dell’ultima fascia. Se gli incontri precedenti durano più del previsto, il piatto principale viene servito quando il corpo dovrebbe dormire.

Alcaraz e Shelton entrano in campo alle 23.05 e ne escono alle 3.33. Il fatto che quella sia stata la conclusione più tardiva nella storia degli US Open viene presentato come un record ma dovrebbe essere considerato un fallimento organizzativo.

Il circo mediatico celebra l’epica delle cinque ore, poi scopre che il vincitore deve tornare in campo con un giorno e mezzo di recupero. Esalta il combattente che continua a giocare dopo aver vomitato, ma non si chiede quale spettacolo potrà offrire nel turno successivo. Si commuove davanti al corpo che cede e intanto costruisce calendari capaci di moltiplicare quei cedimenti.

Gli effetti sono già visibili: Sinner lascia il Roland Garros al secondo turno. Djokovic scompare dagli US Open al primo. Alcaraz, rientrato dopo quattro mesi e mezzo di stop per il polso, esce nei quarti dopo una partita terminata alle tre e mezza del mattino. I grandi appuntamenti arrivano alle fasi decisive senza alcuni dei giocatori sui quali avevano costruito promozione, biglietti e ascolti.

Il contrappasso di Alcaraz

Nel caso dello spagnolo esiste anche un evidente contrappasso. Alcaraz aveva denunciato un calendario “impossibile”. Alla vigilia degli US Open ha spiegato che giocare tutti i tornei importanti non è sostenibile e che in futuro programmerà pause anche di uno o due mesi. Ha collegato direttamente l’affollamento del calendario all’aumento degli infortuni. La sua analisi è fondata ma la posizione successiva lo è molto meno.

Carlitos ha infatti lasciato il gruppo dei migliori giocatori impegnato nella battaglia con gli Slam per una quota più equa dei ricavi e per un maggiore peso nelle decisioni. Era stato tra i firmatari insieme a Sinner, Sabalenka, Gauff, Swiatek, Medvedev e agli altri protagonisti del circuito. Si è sfilato proprio mentre la trattativa entrava nella fase più delicata. Non si tratta soltanto di chiedere assegni più ricchi per chi guadagna già milioni. La rivendicazione riguarda la distribuzione delle risorse, le tutele, il welfare e la possibilità dei giocatori di partecipare alle scelte che determinano orari, durata dei tornei e condizioni di lavoro. Premio giusto e calendario sostenibile sono due parti della stessa battaglia. Separarle significa indebolirle entrambe.

Alcaraz chiede al sistema di proteggerlo, ma sottrae il proprio peso alla pressione collettiva che potrebbe costringere quello stesso sistema a cambiare. Poi entra in campo alle undici di sera, vomita davanti alle telecamere e perde alle tre e mezza del mattino. Il contrappasso è quasi dantesco.

La responsabilità della sconfitta, naturalmente, non è legata alla questione politica. Shelton ha vinto perché ha giocato meglio i punti che decidevano la partita. Il malessere di Alcaraz è reale e non cancella la sua resistenza. Proprio questo rende la scena più forte: il problema non è stabilire se il campione abbia sofferto davvero, ma capire perché il tennis abbia trasformato quella sofferenza in una componente ordinaria dello spettacolo.

Il circuito deve scegliere. Può continuare a vendere vomito, crampi e crolli come prove di eroismo. Oppure può riconoscere che quando i suoi uomini migliori arrivano ai grandi appuntamenti già consumati, iniziano le partite nel cuore della notte e spariscono prima delle semifinali, l’epica è soltanto il nome elegante assegnato a un sistema che sta divorando se stesso.

LEGGI ANCHE

Jules Elysard
Jules Elysard
Nato in una cittadina semisconosciuta tra Mosca e San Pietroburgo (non chiedetemi perché, è una storia lunga), di padre francese e madre italiana, mi occupo di sport fin da piccolo. Amo guardare le cose da un punto di vista diverso, a volte anche problematico, ma mai dogmatico. Ho collaborato con diversi quotidiani.

Calendario sportivo 2026

Ultimi articoli

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui