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Alex Schwazer, il terzo caso e quella verità che lo sport non riesce ad accettare

Schwazer

Il caso di positività, la terza, di Alex Schwazer riapre ferite che l’atletica italiana e tutto il mondo dello sport speravano fossero rimarginate. Nell’articolo dedicato alla reazione della stampa internazionale abbiamo provato a dare una lettura più asettica della questione, cercando aiuto negli osservatori esterni, forse meno influenzati da quelle correnti, “pro” e “contro”, che in qualche modo rischiano di stravolgere il giudizio di ognuno.

Ci sono però, a nostro avviso, degli elementi inconfutabili e anche alcuni dubbi che vale la pena rilevare.

Il primo elemento oggettivo riguarda la distanza tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. Se per la prima tutte e tre le positività sono chiare e conclamate (e quindi meritevoli di sanzioni), per quella ordinaria nel 2016 si trattò di manipolazione e contraffazione. Al punto che il pubblico ministero che indagò sul caso, nell’archiviare, trasmise gli atti alla stessa Procura ipotizzando a carico degli accusatori, WADA e Federazione internazionale, i reati di falso ideologico, frode processuale e diffamazione. La cosa però non ebbe seguito.

Il secondo elemento, altrettanto oggettivo, è la distanza, a livello di fastidio, quasi astio, dell’ambiente sportivo nazionale e internazionale nei confronti di Schwazer. Si potrebbe affermare che questa nasca dalle accuse che lui stesso ha rivolto alla Federazione, scoperchiando un vaso di Pandora dal quale sono usciti sistemi illeciti e responsabilità penali, anche in questo caso prima accertate e poi invece no. Sembra, però, che nasca da qualcosa di più profondo e antico.

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Dicevamo dei dubbi. Il primo riguarda la pervicacia con la quale il marciatore continua a praticare questo sport a livello agonistico. Per quanto possiamo nutrire simpatia nei confronti di un atleta che, suo malgrado, è passato alla storia come antisistema, ci chiediamo il motivo per cui abbia voluto tornare a marciare già nel 2016, stravincendo subito il mondiale a squadre, e poi adesso, nel 2026, segnando il record italiano. Una volontà di affermazione che ci consegna un atleta inquieto, incapace di uscire dal perimetro della prestazione.

Il fatto che sia sempre stato trovato positivo in prossimità di Olimpiadi, 2012 e 2016, o di un Europeo, 2026, rafforza questa immagine.

A 41 anni, con una bella famiglia, come lui stesso ha dichiarato, e un lavoro lontano dal mondo dello sport, qual è stata la molla che l’ha portato ai Campionati nazionali tedeschi? Ci piacerebbe capire meglio questo aspetto del suo profilo psicologico. Forse aiuterebbe a comprendere il perché dei suoi errori o delle sue battaglie.

Infine, un passaggio lo merita Sandro Donati. Quando decise di allenare Schwazer sapeva che stava mettendo in gioco il suo prestigio di allenatore e di paladino dell’antidoping. Nessuno può mettere in dubbio le sue capacità e la sua onestà, anche di fronte a questo terzo caso di positività. Proprio per questo, però, la vicenda del terzo campione, con tutto quello che ne consegue sul piano comunicativo, appare un terreno scivoloso che rischia di macchiare un profilo immacolato.

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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