Allenamento degli All Blacks a Roma a porte “aperte” sul campo della Capitolina

Allenamento degli All Blacks a Roma a porte “aperte” sul campo della Capitolina

All Blacks in allenamento a Roma sul campo dell’Unione Rugby Capitolina

C’era la stampa e tanti appassionati al primo allenamento a porte aperte degli All Blacks, oggi a Roma, sul campo dell’Unione Rugby Capitolina. Forse meno spettatori di quanto si potesse immaginare, ma l’ora fissata dal Team neozelandese non ha certamente favorito il grande afflusso (scelta forse proprio per questo). L’impressione che se n’è ricavata da questa prima loro uscita pubblica è quella di un gruppo di atleti gelosi della propria privacy e poco propensi a concedersi. Anche quando il pubblico è composto principalmente da giovani rugbisti entusiasti.
Nulla di scandaloso o deprecabile; la Nuova Zelanda ha abbandonato da tempo (se mai l’ha vissuta) la dimensione dilettantistica e amatoriale. Gli All Blacks sono un simbolo, un logo, che travalica anche i confini angusti del mondo ovale. Un brand globale, uno dei pochi prodotti dallo sport, al pari di Ferrari e Manchester. Logico che il sistema preveda un ferreo protocollo, una rigida scadenza dei tempi e soprattutto poca concessione all’entusiasmo. Perché altrimenti questo gruppo di colossi sarebbe costretto sistematicamente ad interrompere il proprio allenamento per soddisfare la bramosia di un pubblico entusiasta in ogni parte del mondo.
La cronaca di questa prima uscita pubblica (e forse unica) della Nuova Zelanda si esaurisce quindi in mezz’ora di un allenamento blando, in un’insolita (per noi che non li seguiamo sistematicamente) divisa celeste_azzurra che ricorda vagamente quella dell’Italia. L’impressione che se n’è ricavata è quella di un team concentrato sull’appuntamento di sabato come se ad attenderli nel catino dell’Olimpico non ci fosse la banda di Brunel, volenterosa ma di poca caratura per i kiwi, ma una ben più battagliera compagine mondiale. Sempre ammesso che questa formazione, forte di una striscia impressionante di successi consecutivi e fresca dominatrice del Tre Nazioni, possa temere qualcuno.
Forse con un po’ troppo romanticismo e con ancora negli occhi le immagini romanzate di Invictus abbiamo creduto che questo storico club avesse scelto, per la seconda volta in 10 anni, l’URC di Roma per i propri allenamenti perché questo fosse in grado di fornire un contatto diretto con un consistente numero di rugbisti, più o meno giovani. In modo da permettere a loro di divulgare, attraverso parole e azioni (leggi allenamento) il verbo dell’ovale, aumentando entusiasmo e proseliti. E’ stata veramente un’illusione, memore delle scene degli Springboks impegnati nelle bidonville di Pretoria, costruite ad arte da Clint Eastwood e forse neanche mai realizzatesi nella realtà. E’ stata l’illusione di credere che il rugby in questo mantenga una sua principesca e ineffabile diversità rispetto a sport come il calcio o il basket, dove la star è Star, ovvero stella inarrivabile. Pensavamo che la fatica, dura e onesta, del campo, avvicinasse i protagonisti di questo splendido sport più ai ciclisti, anche loro signori del fango e del sudore, che una volta tagliato il traguardo si lasciano avvolgere dall’abbraccio, soffocante ma magico, degli appassionati. Invece il team capitanato da Richie Mccaw ha scelto di allenarsi al campo di via Flaminia solo per l’integerrima organizzazione della Capitolina rugby. Un’organizzazione della quale la società deve andare fiera, ma che non può soddisfare le aspettative dei ragazzi accorsi entusiasti, anche per il giorno di scuola saltato.
Poco male, perché il meglio di questa settimana deve ancora venire: i profeti della palla ovale continueranno i loro allenamenti “a porte chiuse” anche nei prossimi giorni per culminare con una presenza da coach durante gli allenamenti dei dei ragazzi della Capitolina. Sarà l’occasione per trasmettere un po’ del loro sapere e per magari riuscire a lasciare sul campo il germe della vittoria. L’Italia del rugby ne ha bisogno, di questi tempi, come ossigeno. Perché l’entusiasmo che si è raccolto attorno a questo sport non si affievolisca, mortificato da continue batoste o prestazioni insapide, come l’ultima con Tonga. Sabato di scena lo Spettacolo all’Olimpico. Una sconfitta, ancorché onorevole, non può bastare.

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