L’analisi della sconfitta di Jannik Sinner nella semifinale degli Australian Open è abbastanza semplice. Dai dati statistici emerge con chiarezza una partita molto più equilibrata di quanto dica il risultato finale, decisa soprattutto nei momenti chiave. Jannik Sinner ha servito meglio di Novak Djokovic, con 26 ace contro 12 e una percentuale di prime palle superiore (75% contro 70%), vincendo anche più punti sia con la prima sia con la seconda di servizio. L’azzurro ha fatto registrare numeri migliori anche in risposta, conquistando 55 punti contro i 36 del serbo, e chiudendo il match con 152 punti totali vinti contro 140.
Nonostante questo, Djokovic è stato più cinico, ed è qui la chiave di tutta la partita e la spiegazione della sconfitta. Il serbo ha sfruttato 3 delle 8 palle break avute, mentre Sinner ne ha convertite solo 2 su 18, dato che pesa enormemente sull’esito dell’incontro. Nei game al servizio il serbo ha mantenuto una maggiore continuità nei momenti decisivi, vincendo 22 giochi contro i 21 di Sinner, e soprattutto riuscendo a limitare i danni quando è stato sotto pressione. Anche la distribuzione dei set conferma questa lettura: equilibrio costante, ma con Djokovic sempre capace di uscire meglio dai passaggi più delicati.
In sintesi, le statistiche raccontano una partita in cui Sinner ha prodotto di più, ma Djokovic ha scelto meglio quando colpire, trasformando l’esperienza e la gestione dei punti cruciali nel vero fattore decisivo della semifinale. Per chi gioca ai massimi livello, si tratta di un problema assiale. Ne è consapevole lo stesso campione di San Candido che nelle dichiarazioni post partita lascia, per la prima volta, capire che questa sconfitta è veramente pesante.
Neanche dopo la finale persa a Parigi, con ben tre match point lasciati per strada, la dichiarazione, a mente fredda, fu quella di ieri: “Spero di prenderla come lezione…”. Allora disse: “questa sconfitta è una lezione”. La parola spero cambia totalmente il senso della frase e lascia intravedere uno stato d’animo completamente diverso. Sinner è sempre stato abituato a guardare avanti e trarre insegnamento anche dalle sconfitte. Dopo Parigi ci fu Wimbledon e poi tutto quello che sappiamo.
Ieri invece, per la prima volta, la Volpe Rossa ha un dubbio, ovvero che questa sconfitta, inattesa e per certi versi ingiustificabile, anche solo da quello che si è visto in campo, potrebbe scavare una voragine nella fiducia e convinzione che Sinner ha dei propri mezzi.
Ricordiamo, per dovere di cronaca, che proprio la finale dello scorso anno degli Australian Open provocò un crollo psicologico ad Alexander Zverev dal quale sembra esserne uscito solo ieri nella bella semi persa contro Alcaraz. C’è da augurarsi che questo non si ripeta con Sinner, che deve subito tornare a vincere. Magari evitando di abbandonare la strada che l’ha portato ad essere il n. 1 e vincere 5 slam. Crescere e cambiare è sinonimo di intelligenza e voglia di vincere, ma bisogna anche saper conservare le qualità sulle quali si è costruito il proprio gioco.
Ferocia determinazione, voglia di divertirsi e capacità di mantenere il sangue freddo nei momenti importanti erano cifre distintive di Sinner. Ieri non si sono viste. Crediamo che una sola delle tre avrebbe permesso al ragazzo della Val Pusteria di portare a casa il match in tre set.
