Arbitri, l’altra faccia del Rugby italiano

Arbitri, l’altra faccia del Rugby italiano

Arbitri di rugbyMentre la Nazionale di rugby è impegnata nei tradizionali test match pre-estivi nell’emisfero australe; all’ennesima brutta figura dei nostri, sorge spontanea una domanda: come mai, nonostante gli sforzi profusi da Federazione, tecnici e società sportive, il rugby italiano non riesce a decollare, restando ancorato ad una dimensione (diciamo benevolmente) provinciale?
La mia personale e probabilmente poco condivisa risposta, che leggerete tra poche righe, nasce a marzo di quest’anno, assistendo ad una finale di una tappa del Superchallenge, categoria U14. Più che un’intuizione, una certezza di cui, anche se tale, ho avuto reticenza a parlare nell’ampio e libero spazio che mi lascia Sport24h.it, se non altro per rispetto ad un sport che ha sempre cercato di non addossare le proprie sconfitte a terzi, andando fiero del motto: “Non si parla di arbitri”.
Invece sono convinto che la Federazione di arbitri dovrebbe iniziare a parlarne: presto e seriamente. Dicevo che non avrei affrontato l’argomento se non si fosse, nel frattempo, aggiunto un altro tassello alla mia convinzione: lo spettacolo imbarazzante offerto in occasione della finale di Eccellenza. Solo allora il mondo dell’ovale si è interrogato sulla propria classe arbitrale, tra l’altro impostando il discorso in modo errato: questione politica e non, come io credo, tecnica.
E arrivo al punto. In Italia giochiamo male (anche, ma forse soprattutto) perché non abbiamo arbitri all’altezza. Su tutti i campi che ho frequentato, dalla Under 14 in poi (ovvero da quando vengono chiamati ad arbitrare gli arbitri federale e non più i tecnici delle squadre) il livello delle giacchette gialle (di solito) è a dir poco imbarazzante, nel migliore dei casi casalingo, nel peggiore dettato da un mix di protagonismo, malafede e interessi (poca roba, una cena tra amici…).
Chi non sa di rugby potrebbe esclamare: che c’entra questo con il gioco? Chi sa di questo sport, invece, conosce la funzione assiale dell’arbitro che, diversamente da altre discipline, durante un incontro è parte attiva affinché le due squadre possano confrontarsi correttamente. Insomma, come abbiamo apprezzato molte volte sui campi del 6 Nazioni, un arbitro di rugby non solo sanziona il fallo (come accade per tutti gli altri arbitri), ma aiuta la squadra a tenere la linea, a salire correttamente, ad impostare la mischia, ad esprimere un gioco migliore. L’arbitro nel rugby, in poche parole, educa, perché parla, interloquisce, spiega, domanda e decide, aiutato, nel rispetto del regolamento e della persona, dai capitani.
Accade invece che sui campi italiani di tutti i livelli gli arbitri, forse vittime di una cultura del calcio (sarebbe da parafrasare Croce: “non possiamo non dirci pallonari”) si comportano come star, il più delle volte impongono le decisioni, attendono (e non anticipano) l’errore, giocano di protagonismo, sono casalinghi o legati a qualche club, da quello in cui, fino a poco tempo prima, giocavano ed allenavano. Non c’è nulla dell’etica e del rispetto che esigerebbe questo (come ogni altro) sport; soprattutto non c’è capacità di relazionarsi e spiegare agli atleti. Non c’è, infine, conoscenza delle regole. Basso livello tecnico e basso livello etico: come nel calcio… peggio del calcio, in cui i tanti interessi in qualche modo selezionano un livello, almeno dal punto di vista tecnico, accettabile.
Infine, cosa più grave, non c’è una Federazione impegnata a far crescere questa categoria, con un sistema formazione-incentivazione-controlli. La finale di Eccellenza di quest’anno diventa l’archetipo di quanto accade ogni settimana nel rugby italico. E non è un bel vedere.
Tempo fa chiesi: “Perché non fermate o sanzionate un arbitro che ha sbagliato?” Amara la risposta: “Perché non abbiamo arbitri; nessuno lo vuole fare. Chi viene è accolto a braccia aperte, gli dobbiamo pure dire grazie…”.
Eppure la FIR è una delle Federazioni più ricche d’Italia (la seconda, dopo il calcio), che distribuisce risorse a pioggia, spesso buttandole, come nel caso della seconda franchigia della Celtic. Se invece di regalare euro a mezzi giocatori, parte dei quali stranieri, investisse sulla formazione degli arbitri federali, a tutti i livelli; se gli riconoscesse un giusto tributo per il tempo che dedicano a questo sport e, soprattutto, fermasse quelli inadeguati, forse riusciremmo a evitare figure come le ultime uscite della Nazionale al 6 Nazioni o nei recenti test match.
Sono tanto convinto di questo legame che azzardo una previsione: l’Italia vincerà un Sei Nazioni solo dopo che sarà riuscita a portare un arbitro nel Torneo. Finché questo non accadrà, prepariamoci ad attendere ancora tanto. L’attraversata nel deserto è appena iniziata, nonostante le favole che può raccontare Brunel.
Antonio Ungaro

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