Scacchi – Oltre un miliardo di giocatori nel mondo

Il mito narra che l’incontro di scacchi tra Bobby Fischer e Boris Spassky, a Reykjavík nell’estate del 1972, fosse stato costellato da innumerevoli bizze da parte del campione americano, prima, durante e dopo lo svolgimento. Quel mondiale è rimasto alla storia come il momento di massima popolarità per uno sport (o gioco, vedremo che è difficile darne una definizione univoca) che l’epoca moderna ha caricato di vari significati, molti dei quali inappropriati. Uno degli ultimi capricci del popolare giocatore statunitense fu quello di non giocare più competizioni ufficiali, lasciando vacante una corona che da allora ha sempre avuto, nella considerazione di quanti si sono avvicinati agli scacchi in maniera saltuaria, il sapore di un’usurpazione. Perché l’opinione pubblica occidentale ha cullato per anni la convinzione che Bobby Fischer sia stato il più forte scacchista mai esistito, l’unico in grado, con il suo talento, di battere un apparato (quello sovietico) capace di sfornare giocatori-computer. Come dire, nulla si può contro il talento, anche in uno sport (o disciplina) fondata su calcoli matematici, studi e “brain trust”.
In tutto questo c’è molto di errato e solo un fondo di verità. Vale la pena di cominciare proprio da quest’ultima, per provare a descrivere uno sport che ha attraversato i secoli praticamente senza subire mutamenti, che viene percepito come una battaglia incruenta in cui vince sempre il migliore, mai il più fortunato (quanti sport possono vantare questo primato?).
La verità è che il livello di gioco espresso dalla somma dei giocatori di una scuola o di un paese corrisponde in grandi linee con l’evoluzione economica e sociale dello stesso. Non è certo una regola ferrea, ma, come accade anche per altre discipline, esiste un legame tra la crescita civile di una comunità e il livello di gioco. Se nel 1972 al vertice c’erano i giocatori sovietici e alcuni occidentali (Usa in testa), oggi abbiamo ancora i rappresentanti dei paesi dell’ex blocco sovietico (russi, ucraini, bulgari, azeri), ma anche indiani e cinesi, ovvero i paesi emergenti sulla scena mondiale.
Così al Campionato del Mondo, a Bonn ottobre 2008, si sono affrontati un indiano e un russo. Da una parte il campione del mondo uscente (che si è riconfermato con un netto 3 a 1) Vishwanathan Anand, 38 anni nato a in Chennai nello stato indiano del Tamil Nadu, sulla cresta da ormai 20 anni. Dall’altra Vladimir Kramnik, nato a Tuapse, sulle rive del Mar Nero, noto per la sua solidità di gioco e che ha nel suo palmares scalpi eccellenti, tra cui quello di Kasparov.
Proprio Garri Kasparov è forse il campione che, dopo i fasti di Fischer e Spassky, è riuscito a far accendere i riflettori della ribalta internazionale e del grande pubblico sul gioco degli scacchi. Più che i suoi duelli con Karpov è passato alla storia per il suo storico incontro con i computer, a cavallo degli anni ’90.
Da tempo la lotta tra uomo e computer ha colpito la fantasia del mondo scientifico e degli addetti ai lavori. Ancora a metà degli anni novanta si pensava che i computer, per quanto ben programmati, non avrebbero mai battuto un uomo, il quale applica nei suoi schemi di calcolo una logica intuitiva (non è un ossimoro, ma il meccanismo per cui il cervello sceglie solo alcune linee logiche da analizzare, scartandone altre e risparmiando quindi tempo) piuttosto che una logica analitica. Il computer, si diceva, non avrebbe mai avuto una capacità di calcolo tale da analizzare, in un tempo accettabile, tutte le innumerevoli varianti di una partita di scacchi.
Nessuno aveva fatto i conti con la velocità del progresso tecnologico, nel campo delle memorie, della velocità dei processori e della tecnica di programmazione. Così nel 1997 Deep Blue (il nome che IBM aveva scelto per il computer) batteva, per la prima volta, il campione del mondo allora in carica, che era proprio Garri Kasparov. Il quale invece di rimanere schiacciato da quella che poteva apparire come una maledizione, riuscì a fare di necessità virtù, diventando il paladino della lotta contro le macchine e, nel frattempo, contribuendo alla diffusione di computer da gioco. Nel 2003 Kasparov, per una borsa di 1 milione di dollari, sfidò nuovamente una macchina, Deep Junior. Finì in parità (una vittoria a testa e sei pareggi), ma quello che doveva essere un appuntamento annuale non si disputò più.
Anche se è praticamente impossibile fare una stima di quanti giocano saltuariamente a scacchi, Bessel Kok, un dirigente della FIDE (la federazione internazionale), in un intervista al giornale tedesco Neues Deutschland ha dichiarato che secondo stime attendibili sono circa 1,1 miliardi.
Questi giocatori, accettato ormai il computer come un partner fisso della propria preparazione agonistica, hanno contribuito alla trasformazione di questo gioco in sport. Se prima dell’avvento delle macchine, infatti, per potersi preparare per un torneo bisognava fornirsi di una biblioteca corposa, studiare ore e, possibilmente, allenarsi con altri giocatori di circolo, adesso la preparazione si può svolgere tranquillamente da casa. Questo ha innalzato il livello medio e il numero dei giocatori, abbassando i costi generali per la preparazione. Insomma la rivoluzione informatica negli scacchi, invece di sancirne la fine come alcune cassandre avevano ipotizzato, ha contribuito alla diffusione. Non del gioco, ma dello sport, ovvero della pratica finalizzata alla competizione agonistica.
Una buona mano l’ha data anche internet. Se digitiamo su google “chess” troviamo oltre 48 milioni di pagine. La rete è piena di siti in cui è possibile giocare online con altre persone, di qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi ora del giorno e della notte. Ne parliamo con Stefano Bellincanpi, giocatore e fondatore del blog italiano sugli scacchi più importante in Italia, “Scacchierando”: “Internet offre tante opportunità agli appassionati. Oltre al gioco online è ormai diffusa la tecnologia che permette di trasmettere “live” le partite giocate dai professionisti in ogni parte del globo. E’ quindi possibile seguire da casa, minuto per minuto, le vicende dei tornei, ottenendo in tempo reale informazioni su avvenimenti che fino a pochi anni fa diventavano di dominio pubblico solo dopo molto tempo.” Proprio da questa opportunità è nata, 3 anni fa, l’idea di fondare “Scacchierando”: “un blog che raccoglie le informazioni sui principali tornei italiani ed esteri. Le potenzialità di questo settore sono testimoniate dal fatto che Scacchierando chiuderà il 2008 con il risultato di oltre 1.500.000 pagine viste ed un trend in costante crescita.”
In Italia i tesserati della Federazione (FSI) sono circa 14.000, i tornei organizzati 500. Per quanto riguarda i tesserati nulla a che vedere con i paesi vicini, come Francia, Spagna, Germania e Inghilterra, mentre il dato organizzativo è superiore alla media.
C’è da credere, però, che in poco tempo i praticanti siano destinati ad aumentare. Soprattutto per emulazione di Fabiano Caruana, il più forte giocatore italiano, entrato nel club dei più forti 100 giocatori al mondo. Caruana, nato negli Usa (Miami) da genitori italiani, è di formazione scacchistica statunitense, avendo iniziato a giocare quando i suoi erano a New York. Pur se in possesso del doppio passaporto, ha deciso di sposare la causa italiana e lo scorso anno, in occasione della sua promozione a Grande Maestro Internazionale, ha ottenuto le prime pagine dei giornali (prima fra tutti la Gazzetta dello Sport). Il movimento scacchistico italiano lo attende alla grande impresa, quella che potrebbe catapultarlo agli onori dei media e che creerebbe quel effetto volano che potrebbe dare una decisiva spinta al movimento.
Per i primi 500 giocatori al mondo il professionismo è una scelta obbligatoria perché per essere competitivi bisogna allenarsi dalle 5 alle 8 ore al giorno e non c’è spazio per altre attività. Se i più forti si possono spesare con i premi (in palio a Bonn, per il titolo mondiale, circa 1,5 milioni di euro, divisi equamente tra i due contendenti) per gli altri la situazione è più complicata. Nel caso dell’Italia un buon giocatore professionista può arrivare a vincere 20/30 mila euro all’anno. Nulla se confrontati con altri sport, ma con un vantaggio: l’età. Se è vero, infatti, che il massimo rendimento psicofisico si raggiunge attorno ai 30/40 anni, è anche vero che si può continuare a giocare con profitto (se ben allenati) anche fino a 60 anni e oltre, come dimostra Victor Korchnoj, già candidato al mondiale nel 1978 e 1981 e ancora competitivo ad alti livelli nonostante l’età di 77 anni.
Su questa base di praticanti diverse software house hanno costruito un vero business. Il programma di scacchi più noto ed utilizzato è Fritz, giunto ormai alla 11^ versione. E’ prodotto da ChessBase, una software tedesca, con sede ad Hannover, che ha costruito attorno agli scacchi un piccolo impero. Oltre al programma, che può vantare un database di oltre 4 milioni di partite, ChessBase ha sviluppato riviste, libri, pubblicazioni specializzate, siti internet che ruotano attorno a questo argomento.
Che gli scacchi abbiano un potenziale economico ancora in parte inespresso lo si capisce anche dalla lotta per il vertice della FIDE che si è scatenata nel 2006. L’ha vinta, riuscendo a farsi riconfermare, il presidente della repubblica ex sovietica della Calmucchia nonché miliardario del petrolio Kirsan Ilyumzhinov, a scapito di Bessel Kok, uomo d’affari tedesco che, dopo la sconfitta elettorale, ha creato Global Chess. Questa è un’azienda con base ad Amsterdam dotata di un capitale iniziale di 4,5 milioni di euro che è riuscita a farsi assegnare dalla stessa FIDE il compito dei studiare i modi per rendere i tornei di scacchi, in particolare quelli di maggior rilevanza, appetibili per i grandi mass media e i grandi sponsor.
Con la crescita della pratica sportiva sta crescendo anche il mercato legato al turismo legato agli scacchi. Ancora Bellincampi: “Il settore del turismo è quello che in questi ultimi anni ha conosciuto la maggiore crescita. Ci sono diverse agenzie di viaggio, legate alle organizzazioni dei tornei, che offrono pacchetti turistici per i partecipanti. Tornei che durano da tre a nove giorni. Le agenzie offrono tutto, dal viaggio alla sistemazione alberghiera a programmi extrasportivi per i familiari al seguito…”
Un’opportunità, quella della promozione turistica, colta al volo dalla stessa Federazione Italiana, che nel 2007 ha stretto un accordo con la regione Valle d’Aosta per lo svolgimento di diverse manifestazioni nella stessa regione autonoma, oltre logicamente ad una serie di iniziative legate alla visibilità del marchio. Un accordo che ha portato nelle casse della Federazione qualcosa come 120.000 euro in tre anni.
A.U.