Hanno atteso che passasse l’8 marzo, e forse hanno fatto bene, per non strumentalizzare la cosa. Ma subito dopo, anche per sfruttare il clamore legato alla festività, Assist (Associazione Nazionale Atlete) ha annunciato che scriverà al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e al Presidente del CONI, Giovanni Malagò, per ricordare la storia della pallavolista Lara Lugli.

La storia è per certi versi clamorosa. Lara è stata denunciata dalla società sportiva con cui giocava a pallavolo in serie B1 nella stagione 2018-2019 per “danni” per essere rimasta incinta, accusandola di aver sottaciuto al momento dell’ingaggio della propria intenzione di avere figli e quindi di aver violato la buona fede contrattuale. Il suo contratto prevedeva la risoluzione del rapporto per giusta causa “per comprovata gravidanza”.

La sua storia la racconta la stessa Lara sul suo profilo FB: “Nel campionato 2018/2019 giocavo per la Asd Volley XXXXX, rimango incinta il 10/03 comunico alla Società il mio stato e si risolve il contratto. Il 08/04 non sono più in stato interessante per un aborto spontaneo.
Questa la breve storia triste.
Peccato che non sia breve poiché a distanza di due anni, vengo citata dalla stessa Società per DANNI, in risposta al decreto ingiuntivo dove chiedevo il mio ultimo stipendio di Febbraio (per il quale avevo interamente lavorato e prestato la mia attività senza riserve).
Le accuse sono che al momento della stipula del contratto avevo ormai 38 anni (povera vecchia signora) e data l’ormai veneranda età dovevo in Primis informare la società di un eventuale mio desiderio di gravidanza, che la mia richiesta contrattuale era esorbitante in termini di mercato e che dalla mia dipartita il campionato è andato in scatafascio.”

Assist ricorda che questo “caso è emblematico perché l’iniquità della condizione femminile nel lavoro sportivo è talmente interiorizzata che non solo la si ritiene disciplinabile, nero su bianco, in clausole di un contratto visibilmente nulle, ma addirittura coercibile in un giudizio, sottoponendola a un magistrato, che secondo la visione del datore di lavoro sportivo, dovrebbe condividere tale iniquità come fosse cosa ovvia. In questa spregiudicata iniziativa si annida il vero scandalo culturale del nostro Paese, che è giunto al punto da obnubilare la coscienza dei datori di lavoro sportivi, fino a dimenticare cosa siano i diritti fondamentali delle persone.”

Per queste ragioni, sulla scorta delle chiare promesse fatte dal neo presidente del Consiglio Draghi, l’associazione chiede un incontro con lui e con il presidente Malagò, affinché questi cortocircuiti nello sport italiano, di cui tutti e tutte sono a conoscenza, siano una volta per tutta affrontati e risolti.

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