
Se parliamo di Slam e di Australian Open non possiamo parlare di Novak Djokovic, l’uomo che ha vinto down under per ben 10 volte e che con l’Australia ha un rapporto tutto particolare. Non possiamo dimenticare, infatti, in era covid come il campione serbo sia stato trattato e cacciato dal paese perché non aveva fatto il vaccino. Forse in quel momento Nole ha perso l’opportunità di allungare la serie e di raggiungere nuovi record. Negli anni passati Djokovic ha fatto ‘pace’ con il pubblico australiano e con il paese dei canguri e quella storia appare ormai lontana. Per questo, nella conferenza stampa di ieri, il campione serbo ha guardato avanti, al torneo che comincia.
Ma prima di guardare avanti vale la pena ricordare che c’è un filo sottile che lega Novak Djokovic agli Australian Open, ed è fatto di numeri, primati e resistenza al tempo. A Melbourne, dove ha già vinto dieci volte, il serbo non gioca soltanto un altro Slam: gioca contro la storia.
Se dovesse vincere l’edizione 2026, Nole diventerebbe il più anziano vincitore di uno Slam nell’Era Open, a 38 anni compiuti. Un record che oggi appartiene a Ken Rosewall, unico capace di vincere un Major oltre i 37 anni, proprio a Melbourne nel 1972. Djokovic non solo supererebbe quella soglia, ma diventerebbe il primo uomo dell’Era Open a conquistare uno Slam dopo aver compiuto 38 anni.
Arrivare in finale significherebbe essere il secondo uomo dell’Era Open a disputare più finali Slam dopo i 37 anni; vincere, invece, gli permetterebbe di estendere ulteriormente il record di titoli Slam conquistati dopo i 30 anni, già saldamente nelle sue mani. Sarebbe il tredicesimo Major oltre quella soglia anagrafica, un territorio mai esplorato prima nel tennis maschile.
C’è poi un altro dato che racconta meglio di qualsiasi statistica la longevità di Djokovic: 18 anni di distanza tra il primo Slam vinto a Melbourne nel 2008 e un’eventuale vittoria nel 2026. Nessuno, nell’Era Open, ha mai coperto un arco temporale così ampio tra il primo e l’ultimo titolo Slam.
Numeri impressionanti, che convivono però con una consapevolezza nuova, emersa chiaramente nelle parole pronunciate in conferenza stampa alla vigilia del torneo. Djokovic non si presenta come un uomo che si sente dominante. Piuttosto come un campione che sa di dover incastrare ogni dettaglio per restare competitivo.
«So che quando sono sano e riesco a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle, posso battere chiunque», ha spiegato. «Se non avessi questa fiducia, non sarei qui a competere». È una dichiarazione che rivela ancora fame, ma anche lucidità. Djokovic sa che il contesto è cambiato.
Il riferimento è inevitabile ai due uomini che oggi governano il tennis maschile: Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Negli ultimi Slam, il serbo ha perso tre volte su quattro contro uno dei due. «Stanno giocando a un livello diverso in questo momento», ha ammesso. «Ma questo non significa che nessun altro abbia una possibilità».
Poi, quasi a bilanciare l’orgoglio con la realtà, è arrivata la frase più significativa: «Mi manca un po’ di benzina nelle gambe per competere con loro nelle fasi finali di uno Slam». Djokovic non lo dice per cercare alibi, ma per fotografare una situazione fisica che lo ha portato anche al ritiro dall’Adelaide International, rinunciando a un passaggio fondamentale di preparazione. Proprio la durata di uno slam, con il carico di fatica, resta l’incognita maggiore.
Nonostante tutto, il suo nome resta lì. Quinta testa di serie, un percorso iniziale teoricamente gestibile, l’esperienza di chi sa come si vince a Melbourne meglio di chiunque altro. Djokovic non parte favorito come un tempo, ma non è nemmeno un comprimario. L’eventuale semifinale con Sinner ci dirà se il campione serbo potrà scrivere un’altra pagina importante della storia di questo sport.
