“Il Consiglio Federale della FIR, riunitosi in videoconferenza venerdì 26 febbraio, sentito il parere della Commissione Medica Federale presieduta dal Professor Vincenzo Ieracitano, ha preso  atto di come l’evoluzione della pandemia da COVID-19 in Italia non consenta allo stato di pianificare la ripresa dell’attività agonistica nazionale così come originariamente prevista e dell’attività di propaganda per la Stagione 2020/2021.  Il Consiglio Federale ha condiviso al tempo stesso principi ed obiettivi per rendere possibile nei mesi a venire – compatibilmente con gli sviluppi della situazione sanitaria e delle disposizioni governative vigenti – un’attività agonistica facoltativa senza finalità di classifica e di libera partecipazione, flessibile e dal basso impatto economico per le Società.”

Così recita il comunicato stampa integrale della Federazione Italiana Rugby che sancisce lo stop di tutti i campionati nazionali e regionali (ad eccezione di quelli già in corso) e a tutte le attività agonistiche anche per questa stagione.

Una decisione, quella di un Consiglio Federale in scadenza (che verrà rinnovato la prossima settimana e che forse, per questione di buon gusto, avrebbe potuto soprassedere), che merita un commento, data la gravità della stessa.

Solo gli ingenui non riescono a trovare un filo conduttore tra i continui fallimenti della Nazionale maggiore e la decisione assunta ieri. La Fir, con questo atteggiamento rinunciatario, rende evidente un elemento: l’attuale dirigenza non ha alcun interesse verso il movimento che dirige, se non quello di sostenere l”alto livello”, che però è tale solo sulla carta.

Ogni Federazione sportiva, in questo anno di pandemia, ha fatto carte false (in alcuni casi addirittura al limite del consentito dal buon senso), per cercare di far ripartire non solo lo sport di vertice, ma anche quello di base. E’ evidente, infatti, che senza il secondo, il primo non può vivere e trovare ogni anno linfa vitale per prosperare.

Abbiamo avuto federazioni che sin da subito hanno classificato come “nazionali” anche le gare giovanili, per permettere ai propri atleti di allenarsi e di competere. Contemporaneamente hanno allestito protocolli talmente rigorosi e validi, che sono stati presi a modello e hanno superato l’avallo del comitato tecnico scientifico. Quindi hanno costretto le proprie società sportive ad adeguarsi. C’è stato qualche mugugno e qualche lamentela. Poi, però, le stesse società sportive hanno affrontato i nuovi oneri derivanti dai protocolli, consapevoli che fosse un peso da pagare per l’attività e alla fine si sono adeguate. In tutti gli sport, tranne il rugby.

In nome di una “sostenibilità economica” che appare un paravento, la FIR non ha mai cercato veramente di rimettere in moto lo sport di base. Ha fermato tutto, lasciando liberi di allenarsi e giocare solo le formazioni del Top10, molte delle quali per livello tecnico sono al pari, se non inferiore, di tante di serie A.

Quello che è mancata è la sensibilità (sportiva) di capire che i grandi traguardi si raggiungono con i grandi numeri di pratica. Si è puntato sulle Zebre e sulle Accademie lasciando intendere che gli altri si possono anche accomodare in panchina, per sempre.

Fino ad arrivare all’assurdo del comunicato che leggete di seguito che nella sostanza dice: “volete giocare, fatelo ma a livello facoltativo.. così, come capita”.

Ci chiediamo, perché autorizzare partite amichevoli e non i campionati? Siamo convinti che ogni atleta sarebbe disposto a pagare di tasca propria il costo di un tampone settimanale (dai 2 euro ai 5) per poter giocare e che tale costo non è così esorbitante quanto si vuole far credere. Siamo talmente convinti che facciamo anche una previsione: tutte le società, grandi o piccole, sfrutteranno la possibilità offerta per rimettersi in moto, a proprie spese o a carico delle famiglie. Lo faranno, ma non per campionati ufficiali.. se non è un paradosso questo!

Il provvedimento di ieri, infatti, non limita i costi per chi giocherà, ma svuota ancora di più di senso agonistico un movimento (quello dei campionati) che da anni è stato lasciato alla deriva, senza aiuti o l’attenzione dei vertici federali, concentrati come sono a curare le clientele elettorali con Zebre, Fiamme Oro (a proposito, che senso ha questa squadra pagata con i soldi dei contribuenti e incapace di far crescere i giovani in ottica olimpica?) e Accademie. Lo stop alle retrocessioni, inoltre, ci sembra l’ultima regalia elettorale alle società in Top10.

Tra una settimana si vota, ci auguriamo sinceramente che tutte le altre società – che non fanno parte di quell’esclusivo e fallimentare club che è il Top10 – a cui è stato assestato un colpo mortale con la decisione di oggi, si rendano conto che è giunto il momento di cambiare.

JE

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Nato in una cittadina semisconosciuta tra Mosca e San Pietroburgo (non chiedetemi perché, è una storia lunga), di padre francese e madre italiana, mi occupo di sport fin da piccolo. Amo guardare le cose da un punto di vista diverso, a volte anche problematico, ma mai dogmatico. Ho collaborato con diversi quotidiani.

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