Così cantava Lucio Dalla nel 1996. Una canzone piena di significato, una poesia di ineluttabilità e critica a un mondo che stava cambiando e ad uno sport che metteva davanti rischi, sponsorizzazione, denaro e pubblicità all’incolumità delle persone.
Quelle stesse persone che come Ayrton Senna hanno lasciato la loro vita sulla pista.
Dietro a queste parole c’è un uomo, Ayrton Senna, e dietro a quell’uomo c’è una storia di sport che ogni primo maggio merita di essere ricordata. Ma gareggiare in Formula Uno si può considerare veramente uno sport a tutti gli effetti? Sembrerà una domanda banale, ma è opportuno dare una risposta chiara per raccontare questa storia e per capire chi era veramente Senna.
“Correre, competere, è nel mio sangue. Fa parte di me, fa parte della mia vita”.
Questa è una delle frasi che più mi ha colpito fra quelle pronunciate dal pilota brasiliano, nato il 21 marzo 1960, tre volte campione del mondo di Formula Uno (1988, 1990, 1991), 41 volte vittorioso in un Gran Premio, storico rivale e compagno di squadra di Alain Prost.

Allora, come dicevo, per comprendere se veramente una corsa automobilistica possa essere considerata uno sport, occorre prima domandarsi su cosa sia effettivamente lo sport.
Per molti è inseguire un pallone, di qualunque forma esso sia, anche utilizzando un attrezzo. Per molti, invece, è usare il proprio fisico per superare l’avversario. Per molti è lotta contro il tempo, oppure realizzare un punteggio. Ciò che accomuna tutto ciò è la competizione agonistica.
L’agone, da cui appunto il termine agonismo, deriva dal greco ἀγών -ῶ, ed era una gara che si svolgeva presso gli antichi Greci, un confronto competitivo fra due o più persone dove lo scopo era superare l’avversario con il fisico e con la mente. Originariamente, per fare ciò, si utilizzava il fisico, i muscoli e il corpo. Ma al centro di tutto c’era l’obiettivo degli atleti: superare l’avversario, batterlo, imporsi su di lui, superarlo.
Nel mondo della Formula Uno non c’è un pallone e non ci si avvale di muscoli. Ma, nella competizione agonistica, si usa la testa e si usano le mani, si usa il copro, più di quanto uno possa immaginare.
Ayrton Senna ne aveva fatto una questione di vita, di mentalità. Doveva essere a tutti i costi il più veloce e la sconfitta non era contemplata.
Nessuno come lui si era spinto così tanto oltre il limite. Sulla pioggia era il migliore, non aveva paura di sorpassare quando il rischio aumentava: amava dire che “non esistono curve dove non si possa sorpassare”.
Quando per la prima volta finì davanti al compagno di squadra Prost, al termine del Gran premio del Canada (1988), fu chiaro a tutti che era nata una delle più belle rivalità della storia dei motori.
La rivalità in pista tra il brasiliano e il francese era caratterizzata da competizione agonistica reciproca e costruttiva: avevano bisogno l’uno dell’altro per aumentare il loro livello ed il loro potenziale. Entrambi dichiareranno che senza l’altro non sarebbero stati così performanti e veloci durante la loro carriera.
“La vita è troppo corta per avere nemici” diceva Ayrton Senna. Parole malinconiche, a ripensarci oggi, trentuno anni dopo la sua morte, parole, ancora una volta, quasi ineluttabili.
Poi, quel tragico primo maggio 1994.
Mentre era in testa al Gran Premio di San Marino sul circuito di Imola, alle 14:17 perse il controllo della sua monoposto alla curva del Tamburello. Uscì di pista, si schiantò contro una barriera di cemento, riportando gravi ferite alla testa e morì poco dopo all’ospedale Maggiore di Bologna.
Seguirono indagini, perizie e processi che cerarono di fare luce sui motivi e le responsabilità dell’accaduto: venne giuridicamente appurato che causa dell’incidente fu la rottura dello sterzo, riconducibile ad una modifica mal eseguita antecedentemente alla gara, che il pilota stesso avrebbe richiesto per avere una migliore posizione di guida.
La fatalità di quell’evento fu che un incidente con l’analoga dinamica era occorso due giorni prima durante le prove a Rubens Barrichello, che per fortuna ne uscì illeso. Andò molto peggio all’austriaco Roland Ratzenberger, che morì nel medesimo funesto weekend durante le qualifiche, schiantandosi ad oltre 300 km/h contro la curva intitolata a Gilles Villeneuve.
La tomba di Senna, nel cimitero di Morumbi, c’è un incisione: “Niente mi può separare dall’amore di Dio”. L’ennesima conferma dell’amore che Ayrton provava per la vita e per Dio.
Questo evento segnò la svolta definitiva per la sicurezza della Formula Uno: vennero finalmente implementate nuove misure di sicurezza sia sulle monoposto che nei circuiti.
Nel 1994 Ayrton Senna e la nazionale brasiliana di calcio inseguivano con ossessione la vittoria del tetra (il quarto mondiale). Il pilota di San Paolo abbandonerà le sue speranze alla curva del Tamburello di Imola, il primo maggio. Ma circa due mesi dopo, la nazionale di Romario e Dunga, coronerà il sogno, per tutta la nazione verde oro: vinsero il quarto mondiale e lo dedicarono ad Ayrton con uno striscione con su scritto «Senna… aceleramos juntos, o tetra é nosso» (Senna acceleriamo insieme: il tetra è nostro).

Caro Ayrton, oggi primo maggio 2025, non è più la stessa strada, non è più la stessa cosa, e anche se lassù dove sei oggi non ci sono piloti e non non ci sono bandiere, sappi che hai lasciato un messaggio forte, di coraggio, di speranza, di sportività ed agonismo.
Lo sport per molti è inseguire un pallone, di qualunque forma esso sia, per altri, invece, è usare il proprio fisico per superare l’avversario; per altri ancora è lotta contro il tempo, oppure realizzare un punteggio. Per Ayrton era velocità, gara, competizione agonistica.
Perchè non esistono curve, dove non si possa sorpassare.

