
Ci sono momenti in cui realtà apparentemente distanti si trovano ad affrontare gli stessi problemi. Sono questi i momenti in cui, spesso, si colgono sfumature inimmaginabili se si rimanesse ancorati al caso particolare.
E’ di questi giorni lo scandalo legato all’ennesima prostrazione di Gianni Infantino, presidente della FIFA, al potente di turno. La storia è nota e la riepilogo in breve. Balogun, attaccante degli Stati Uniti, è espulso in occasione della vittoria degli USA 2-0 sulla Bosnia-Erzegovina ai Mondiali 2026. Il rosso avrebbe comportato la squalifica automatica per la partita successiva contro il Belgio. La FIFA invece ha sospeso la sanzione, mettendolo in prova. Il caso è diventato politico perché Donald Trump ha confermato di aver chiamato Gianni Infantino per chiedere una revisione del cartellino. La Federazione di calcio belga, la UEFA hanno criticato apertamente la decisione. Tutti i commentatori parlano di Mondiali falsati (per fortuna che il Belgio ha eliminato gli USA e quindi, sportivamente parlando, il caso si è chiuso). Si è scomodato addirittura il neopresidente della FIGC Giovanni Malagò che, distratto dai problemi di casa nostra, ha criticato la decisione. Tutti sono concordi nell’affermare che si tratta di una ingerenza della politica nello sport.
Qualche giorno prima, a fine giugno, nel quasi totale silenzio generale, il CONI ha approvato una nuova riforma della giustizia sportiva. Le modifiche introducono una maggiore trasparenza e un limite massimo di due mandati per i membri della giustizia sportiva e per i procuratori federali. La norma che modifica l’impostazione fino ad oggi data prevede che archiviazioni, patteggiamenti e deferimenti siano posti a maggior controllo della Procura del CONI, che assumerà il ruolo che potremmo definire di ‘superprocura’ con ambiti di intervento maggiori.
Nelle intenzioni di chi ha pensato questa riforma, lo scopo è quello di sottrarre ambiti discrezionali alle procure federali che ormai, è opinione diffusa, sono ritenute troppo dipendenti dai Consigli federali che li hanno nominati.
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Qualche giorno dopo, presso il Senato, si è svolto un convegno dal titolo: “La giustizia sportiva recupera la sua credibilità? Urge una riforma indipendente. Il caso FISE Campese/Bartalucci”. Il convegno, oltre a raccontare quanto accaduto in occasione dell’Assemblea elettiva che ha portato all’elezione dell’attuale presidente Di Paola, poi diventato anche vicepresidente del CONI e coordinatore del gruppo di lavoro che ha varato la riforma di fine giugno, ha posto il problema dell’indipendenza della stessa giustizia sportiva.
Se mettiamo insieme questi tre fatti, si evince che il problema, credo difficilmente risolvibile, sia proprio quello di organizzare un sistema in grado di risolvere le questioni di carattere disciplinare (perché parlando di sport, di questo si tratta) in modo rapido e il più possibile uguale per tutti.
In occasione delle elezioni dei vertici CONI, lo scorso anno, diversi candidati avanzarono proposte che non sembra siano state tenute in considerazione. Si era ipotizzato, prima dell’attuale riforma, che la nomina dei procuratori federali e degli organi giudicanti potesse avvenire non da parte delle singole federazioni, ma direttamente da CONI. Altri hanno ipotizzato di modificare i criteri di selezione dei vari ruoli che, è bene ricordarlo, nella stragrande maggioranza dei casi sono ricoperti a titolo gratuito.
La riforma approvata dal CONI non affronta questi problemi, ma di fatto assegna alla Procura CONI maggiori poteri di intervento. Qualcuno ha visto in questo un modo per controllare ancora di più lo sport, minandone l’indipendenza. Il ragionamento è semplice: è più facile controllare un solo organismo (nel caso specifico, la Procura del CONI) che tutte le varie procure federali in modo da tenere sotto scacco i vari presidenti invisi alla politica. I fautori della riforma, invece, pensano che sottraendo le decisioni di controllo alle procure federali, si tolgono i ‘superpoteri’ dietro i quali molti presidenti si sono nascosti per realizzare ogni tipo di attività, lecita o no.
Qualcuno ha ipotizzato che forse sarebbe meglio togliere completamente la giustizia sportiva, almeno per quanto riguarda le infrazioni che non attengono specificatamente la pratica della stessa (per capirci, questioni attenenti le gare). Anche perché l’articolo 1 di tutti i regolamenti di giustizia è talmente vago che alla fine, se si vuole, si può condannare l’avversario di turno per qualsiasi motivo.
Sarebbe anche una bella idea se in Italia la giustizia ordinaria funzionasse e non presentasse tempi talmente lunghi che una eventuale decisione rischierebbe di superare il limite stesso della carriera sportiva di un singolo soggetto. Soprattutto, ingolferebbe ancora di più un sistema già appesantito.
Proprio la storia di Trump e Infantino dimostra, inoltre, che alle ingerenze esterne non è impermeabile il sistema anche per questioni di poco conto, come un cartellino rosso.
Il vero problema non è il sistema come è organizzato, ma la volontà del potere politico di invadere i campi e, soprattutto, di non essere giudicato. E’ l’altra faccia, o forse la stessa, di chi raccontava la favola del ‘abbiamo le mani legate’ o di coloro che vogliono cambiare la legge elettorale per ‘rafforzare l’esecutivo’.
Tutto ciò che si frappone all’esercizio del potere, in politica come nello sport, è un intralcio che va eliminato. Poco importa se si tratta di un cartellino rosso, di un’elezione contestata o di un giornalista scomodo: ogni mezzo è utile per raggiungere lo scopo. E’ la fenomenologia del potere.
