Bradley Wiggins “For the times they are a-changin”

Bradley Wiggins “For the times they are a-changin”
Mondiali ciclismo Ponferrada 2014

Bradley Wiggins in azione a Ponferrada 2014

Bradley Wiggins è entrato nella leggenda è questo non è il segno dei tempi, quelli a cronometro ma anche di epoca. Bradly è un corridore che colpisce la fantasia e scioglie il cuore, anche quello più duro. E’ uno spot per il ciclismo è soprattutto per come si deve intendere questo sport. Non è di questa epoca. Toni Martin, il tanker, si. E’ l’emblema dell’occidente forte e cazzuto che si appresta allo sport con la stessa convinzione con cui si rivolge al secondo, terzo e quarto mondo… viene in mente il Marchese del Grillo: “I so io e voi non sete un caz…”. Toni Martin aspetta di smettere con i pedali per tornare a fare il paracadutista (o corpi speciali, o quello che vuole, sempre di guerra si parla) intanto affronta i giornalisti e gli avversari con lo stesso piglio. Non ci sta a perdere: domenica dopo la cronosquadre, ancora di più, ieri. A perdere, soprattutto, da un fighetto dandy che passa dalla pista alla strada ai Grandi giri con una classe mai vista nel ciclismo moderno. Che raccogliere adepti e nuovi ciclisti in erba andando a bussare, con l’aiuto dello Stato inglese, alle porte di ogni scuola e facendo test di valutazione. Che non pensa di andare a fare la guerra, una volta smesso di giocare a fare il ciclista (prossimo obiettivo la Roubaix), ma proverà il record dell’ora… “quando mi andrà”.
Bradley Wiggins ha vinto una crono che poteva anche perdere ma che se non avesse vinto non sarebbe stato lo stesso mondiale. Quello che ha consegnato alla storia del ciclismo un corridore unico. A questo punto gli altri, per uguagliarlo, dovranno iniziare a correre veramente su pista con il sacro furore con cui corrono australiani e lui, il baronetto. Che ho visto personalmente vincere un titolo mondiale juniores inseguimento individuale a Cuba, nel 1998. Era il suo primo titolo. Cominciava una leggenda che in molti hanno provato a bloccare. Come l’ultimo, stupido, diktat da parte di una figura che non lascerà traccia nella storia del ciclismo, ovvero Froome, che l’ha voluto fuori dal “suo” (di Bradley) tour, perché non voleva rischiare di essere messo in ombra. Da Guccini: “La storia racconta come andò a finire la corsa (il Tour), la macchina (Froome) deviata su una linea morta (caduto)…” è amen.
Froome abbiamo ancora difficoltà a capire se ci fa (il malato) o c’è veramente, mentre Bradley Wiggins ha coperto i 47,1 km del percorso di Ponferrada ad una media di 50,083. Solo lui, gli altri tutti sotto. Con l’eleganza e lo stile di un baronetto arrabbiato nero (come l’ha definito il suo compagno in Team Sky Cataldo alla fine della cronosquadre).
“Ora sono stanco e mi voglio riposare” ha detto in sala stampa. Come dire: “James, pantofole e pigiama per favore, e chiudi le tende, che schiaccio un pisolino”. Signori si nasce, diceva Totò.
Gli altri, in questo giorno dedicato alla sfida stellare tra chi ha vinto 3 titoli mondiali consecutivi nella crono e l’uomo che fino a ieri le ha sempre prese, anche se si era portato a casa mondiali su pista, olimpiadi e Tour, sono rimasti sullo sfondo.
 Non c’è tempo per glorificare un medagliere dedicato alla crono che ha visto, in questo primo scorcio del mondiale, la Germania autentica dominatrice, con 2 ori e 1 argento (ma è quello che brucia di più). Alle sue spalle (o forse avanti, dipende da come si leggono i medaglieri) l’Australia, con 2 ori e 2 bronzi. Poi la medaglia della Gran Bretagna, quella più bella, sicuramente dal valore più pesante; quella di Wiggins. Che, è bene ricordarlo, è nato a Gand, in Belgio, lì dove il ciclismo è qualcosa di sacro, una religione, uno stile di vita, un pensiero filosofico che si beve con il latte materno, in cui pista e strada si intersecano inestricabilmente, in cui passato e futuro si confondono con la nebbia e la pioggia.
Da Bob Dyland: “For the loser now. Will be later to win. For the times they are a-changin’.”
No signori,  Bradley non è di questi tempi ma oggi è il suo tempo.
Antonio Ungaro

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