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Campioni di scacchi: Paul Morphy e quella sfida mancata con Stauton

Per molti grandi campioni è stato il più geniale giocatore di scacchi di sempre, anche se non ha mai potuto incontrare l'avversario che avrebbe potuto scrivere e raccontare di lui, catapultandolo nell'Olimpo.

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Paul Morphy gioca contro Johann Löwenthal

Quando Paul Morphy sbarca in Europa ha 21 anni e la fama di essere un giocatore imbattibile. Proviene dal sud degli Stati uniti, New Orleans, cittadina fondata dai francesi, poi ceduta agli spagnoli e, poco prima che Paul nascesse, praticamente regalata dagli stessi francesi agli americani. Insomma, già solo i natali del giovanotto puzzavano di provincialismo e quel senso di nuovo mondo che in Europa non è visto bene.

Paul vuole misurarsi con il giocatore di scacchi in quel momento considerato il più forte di tutti, l’inglese Howard Staunton.

Stauton non è un tipo facile. Prima di tutto perché è un giornalista, e nell’Inghilterra vittoriana questo vuol dire qualcosa. Poi perché vive scrivendo di scacchi, saccente e borioso. I suoi più cari amici dicono di lui: “Più lo conosci e meno risulta simpatico..“. Infine perché i suoi interessi spaziano in altri campi. E’ un esperto di Shakespeare e nell’enciclopedia Britannica viene citato per alcuni commenti arguti. Insomma un tipo difficile e pieno di sè.

Quando arriva Morphy dall’America, Stauton è nella piena maturità professionale. Ha il doppio degli anni del giovanotto della Luisiana. Difficile che un esperto e navigato giornalista suddito di sua Maestà si lasci imporre come e quando giocare da un ragazzotto di new-madovecazzostà-orleans.

E poi c’è questa cosa di Shakespeare che complica ancora di più la questione. Ora, siamo sinceri, se cercate sul web chi è Staunton scoprirete il personaggio, diventato famoso per gli scacchi (meno per le sue partite, più per la forma dei pezzi che prendono il suo nome). Meno, molto meno, la sua fama è data dal saggio che, nel momento in cui Morphy arriva a Londra, dice di scrivere.

Sinceramente mi immagino il tipo: appassionato di teatro, attore poco dotato in gioventù, trasferisce il suo fallimento artistico nello studio e la devozione nei confronti del più sommo tra gli scrittori. Ma per quanti sforzi faccia, nella Londra vittoriana un posto per uno storiografo è ben poca cosa. Capisce al volo, Howard, che in un paese alle prese con la nascita del tempo libero c’è qualcosa di più remunerativo: il gioco degli scacchi. Vince qualche partita, forse la più importante nel 1843 quella a Parigi contro il francese  Pierre St. Amant, e inizia a scrivere sui giornali. Nel 1851, in occasione dell’Esposizione Universale di Londra, organizza anche quello che nelle sue intenzioni doveva essere il Campionato del mondo di scacchi. Non fa una bella figura. Vince il tedesco Andersen, mentre lui chiude al quarto posto.

Londra è la capitale del mondo e forse anche un po’ a malincuore ha ormai accettato la perdita delle terre d’oltre oceano. Gli americani, per la maggior parte dei sudditi di sua Maestà sono solo selvaggi, abituati alla vita dura dei boschi, a combattere con altri selvaggi per un pezzo di terra e, soprattutto, ancora legati alla schiavitù. Morphy, giovane avvocato che già conosce a memoria il corposo codice penale della Luisiana, non è altro che un parvenu di un mondo che da questa parte dell’Oceano sarebbero contenti di dimenticare.

Inoltre dice di essere il più forte di tutti. “Che se la veda con Adolf!” esclama Stauton quando gli riferiscono della sfida “Io non ho tempo da perdere con questo… devo finire il mio lavoro”. Infondo il borioso sir è stato a suo modo corretto. La leadership europea nel gioco Stauton l’aveva persa sei anni prima nel torneo del 1851. Da allora tutti sanno che non è il più forte. Ma è una cosa rimasta a mezz’aria, senza una dichiarazione precisa. Così, tra il detto e non detto. E nel caso di Stauton il dire, le parole, contano tanto. E’ un giornalista, scrive sui giornali, sa bene come condizionare l’opinione pubblica.

Avere la consacrazione di non essere più il campione, perdendo da un giovanotto della Luisiana, no, proprio no… “che si fotta!“.

Pare sia finita così la scalata di Paul Morphy al titolo di miglior giocatore di scacchi del mondo. Lo scontro con Stauton non ci sarà mai e il ragazzo se ne torna negli states, di lì a poco, dopo aver battuto i migliori (altri) giocatori europei. A cominciare da quel Adolf Andersen passato alla storia di questo gioco con l’immortale e la sempre verde, che viene spazzato dalla scacchiera con un secco 7 a 2.

Ma lo scontro mancato contro Stauton, narrano i biografi, lascia ferite aperte nella mente di Paul, che pian piano perde interesse per il gioco al punto che, quando un altro Campione del Mondo, Steinitz, vola da lui per giocare, a suo volta l’americano rifiuta di affrontarlo. Corsi e ricorsi storici.

Questa in sintesi la storia del più grande giocatore di scacchi americano, che ha terminato i suoi giorni chiuso nelle sue paranoie, a soli 47 anni.

No, non stiamo parlando di Bobby Fischer, ma di Paul Morphy, nato a News Orleans nel 1837 e che ha imparato a giocare guardando il padre e lo zio, a solo 10 anni. A 12 anni è già il più forte giocatore della sua città e nel 1857 vince quello che potremmo definire il campionato americano di scacchi.

Un genio precoce, che ha cambiato il modo di giocare e imposto uno stile diverso. Per capire la differenza rispetto al clima generale dell’epoca basti dire che tutti i rappresentanti dello stile romantico, perfettamente impersonificato da Andersen, vengono facilmente battuti da questo giocatore che in modo naturale introduce fondamentali principi strategici.

Vedere giocare i contemporanei contro Morphy e come guardare gli indiani che assaltano a mani nude le giacche blu armate di fucili. Ogni sacrificio è un regalo, ma quando il pezzo lo offre Paul siamo all’inizio di una combinazione perfettamente studiata. Morphy gioca veloce, non concede molto al tempo. E’ istintivo ma è terribilmente coerente, anche in base a principi che saranno teorizzati e sviluppati in seguito.

Garry Kasparov ha individuato nel geniale ragazzo americano alcuni elementi che lo proiettano, nella storia di questo sport, avanti di diversi anni: lo sviluppo rapido dei pezzi, il dominio del centro, l’apertura e utilizzo delle linee velocemente. Alcuni l’hanno paragonato a Capablanca per la velocità di gioco e per l’assoluta solidità delle proprie posizioni (oltre che per la precocità nell’imparare a giocare a scacchi). Qui potete trovare (e rigiocare) tutte le partite del campione americano.

Rouben Fine nel suo famoso libro La psicologia del giocatore di scacchi afferma che Morphy ha una visione posizionale superiore alla media del tempo (abbastanza bassa per la verità), che lo avvicina ai giocatori moderni.

Non sappiamo il motivo per cui il giocatore è poi scivolato, dopo il periodo d’oro del suo gioco (attorno ai 20-21 anni) in una regressione tale che l’ha portato a psicosi da studio clinico (in questo documento è sono raccontati gli ultimi anni di vita). Alcuni dicono che il rifiuto dell’antipatico Stauton abbia minato la sua psiche, altri pensano che forse il gioco ha tenuto a freno un male che lo minava fin da bambino.

Io ogni volta che leggo e rileggo la storia di Morphy rivedo l’archetipo del campione del mondo di scacchi: pazzo (vai a capire perché) e che vive per il gioco. Incapace di costruirsi una vita lontano dalla scacchiera e che trova solo nelle 64 caselle la ragione, a volte con combinazioni di estrema lucidità e precisione.

Naturale che la storia di Morphy richiami alla mente quella di Fischer. Tra le tanti similitudini ne voglio sottolineare una: entrambi hanno giocato in modo sublime per un periodo limitato del tempo (uno, due anni) per poi perdersi nelle loro manie.

Forse sarà l’aria del nuovo mondo.

Antonio Ungaro

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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