
Martedì 6 ottobre, alle 13, la Giunta nazionale del Coni vota sul commissariamento della Federcalcio, e subito dopo si riunisce il Consiglio nazionale. Alla vigilia la stampa ha cambiato argomento. Della tessera che Giovanni Malagò non aveva al momento della candidatura si parla ormai poco. I giornali di oggi si chiedono chi potrà votare, che cosa succederà dopo il voto e, soprattutto, che cosa resterà dello sport italiano alla fine di questa storia.
Il primo tema è la conta. L’Anac ha stabilito che il doppio incarico di Diana Bianchedi, vicepresidente vicaria del Coni e fino a pochi giorni fa capodelegazione della Nazionale, era compatibile, e ha lasciato al Coni la decisione sulla sua astensione. Il Corriere della Sera lo registra come un punto a favore di Malagò e paragona la vicenda a una serie televisiva, un colpo di scena dopo l’altro. Tuttosport fa i conti in Giunta. Quindici voti possibili, a scrutinio palese, e un nucleo vicino al presidente federale formato da Marco Di Paola, Giovanni Copioli, Laura Lunetta e Federica Pellegrini. Per Ivan Cardia, poi, la vittoria azzurra di Parigi ha dato a Malagò anche un vantaggio d’immagine. La Gazzetta dello Sport sposta lo sguardo sul Consiglio nazionale, 77 membri chiamati a ratificare, e non esclude che il parlamento dello sport possa ribaltare la decisione della Giunta.
Il secondo tema è la posizione di Luciano Buonfiglio. Su questo i quotidiani convergono. La Gazzetta titola in prima pagina sui rischi del presidente del Coni e riferisce che alcuni ex presidenti si aspettano un suo passo indietro in caso di sconfitta. Il Corriere della Sera lo descrive stretto tra due pericoli: se non commissaria, la politica potrebbe commissariare lui; se va avanti, il calcio finisce in un groviglio di ricorsi. Lo stesso Corriere giudica irrituale convocare Giunta e Consiglio a un’ora di distanza. La Stampa racconta un Malagò al contrattacco, che starebbe già pensando a una squadra capace di sostituire Buonfiglio. Tuttosport ricorda invece la linea del presidente del Coni, che si definisce pubblico ufficiale e chiede che un eventuale no al commissariamento venga motivato, anche alla luce di un possibile danno erariale.
Il terzo tema è il più ampio, ed è quello su cui i giornali sportivi insistono di più: l’autonomia dello sport. Nel commento di Arianna Ravelli la Gazzetta osserva che l’Italia del pallone, dopo tre Mondiali visti in televisione, si è fermata a discutere di un tesserino. Ravelli ricorda che Malagò è l’unico italiano membro del Cio a titolo individuale e conclude con un rimpianto: «ridateci subito le nostalgie degli oratori e della tecnica». Sulla stessa pagina compaiono l’avvertimento di Aleksander Ceferin, che collega Euro 2032 all’assenza di ingerenze politiche, e le parole di Mario Pescante sull’autonomia dello sport italiano. Il Corriere della Sera chiude prevedendo un terremoto, qualunque sia l’esito.
Fuori dalle edicole sportive la storia si legge in un altro modo. L’Espresso la segue da settembre con un’impostazione opposta. Il nodo è la regola: se il Coni riscontra una violazione dei propri principi deve commissariare, altrimenti rischia di essere commissariato. Il Fatto Quotidiano scrive che sul commissariamento spingono la politica e una parte del calcio, e dedica spazio al profilo dei quattro giuristi interpellati dal Coni. Panorama considera probabile un verdetto sfavorevole a Malagò. Sono le testate che parlano di tessera mancante e di violazione, dove i quotidiani sportivi parlano di cavillo e di interpretazione. A settembre il Corriere dello Sport aveva aggiunto un elemento a favore della lettura federale: una norma identica a quella della Figc compare in quasi tutti gli statuti delle federazioni.
Sulla regia politica il ministro Andrea Abodi ha già risposto: leggere la vicenda in quella chiave, ha detto, è una mortificazione per il Coni. Repubblica e il Giornale si limitano alla cronaca del parere dell’Anac. Il Giornale ricorda che martedì si vota anche sulla decadenza di Malagò.
Il racconto più efficace, forse, sta in una rubrica di posta. Su Sportweek un lettore di Napoli racconta di aver visto Abodi, Malagò e Buonfiglio seduti vicini in tribuna per Italia-Belgio, seri come le tre scimmiette. Luigi Garlando gli risponde in una riga: non vedo, non sento, non parlo.

