C’è anche un po’ di Belinelli nel trionfo degli Spurs

C’è anche un po’ di Belinelli nel trionfo degli Spurs
Marco Belinelli con il Trofeo NBA

Marco Belinelli con il Trofeo NBA

Caro Marco,
è stata una grandissima emozione, impensabile per un italiano fino ad alcuni anni fa. Con piacere affermo che sei motivo di grande affetto ed orgoglio per il basket italiano. Hai meritato il titolo di campione NBA con la tua storia personale, fatta di umiltà, tenacia, costanza, ma anche con il talento che hai coltivato lavorando duramente giorno dopo giorno in palestra, ponendoti ad ogni traguardo nuovi obiettivi e mettendoti costantemente al servizio della squadra. Nello scorso campionato europeo, come ogni volta che hai vestito la maglia azzurra, hai rappresentato nel migliore dei modi l’Italia. Sono convinto che continuerai a farlo Marco, la pallacanestro italiana è fiera di te.
Con queste parole affidate alla stampa il presidente della FIP ha voluto ringraziare Marco Belinelli che ieri ha colto il record più importante per un giocatore di basket: il successo nel campionato pro americano. Ci sono voluti meno di dieci anni perché il basket italiano trasformasse il record Andrea Bargnani (prima scelta ai draft) nel record per eccellenza, il successo nelle Finals. A realizzarlo non è stato però il “predestinato” Bargnani, ne il talentuoso e figlio d’arte Gallinari. Meno che mai il capriccioso Hackett, ancora alla ricerca di una squadra che lo porti dall’altra parte dell’oceano, o un Gigi Datome europeo nelle movenze e nella cultura, forse troppo per riuscire mai a sfondare negli USA.
C’è riuscito Marco Belinelli, che in questa stagione mette insieme il successo nella gara da tre punti e l’anello. La sua storia e il suo volto assomigliano in modo impressionante a quella di tanti emigranti, partiti con la valigia di cartone e approdati al successo grazie a lavoro, fatica, umiltà e determinazione.
Il grande Messina (un altro che negli USA ci è passato lasciando qualche traccia) nel suo blog sulla Gazzetta in occasione della vittoria di Belinelli nella gara da tre punti ebbe a scrivere che l’Italia del basket deve risorgere proprio sull’esempio del giocatore bolognese: non sperare nel talento, ma affidarsi al duro lavoro e alla fatica. Del resto anche MJ, il mito, ha sempre sottolineato che per fare bene una cosa ci vuole tanto lavoro e un pizzico di fortuna (lui la chiamava così, noi possiamo dire che era talento).
Molti potranno sottolineare come nelle Finals, quando il gioco si è veramente fatto duro, coach Popovich ha smesso di utilizzare l’azzurro, preferendogli costantemente gente come Ginobili, Kawhi Leonard (MVP della serie) e Tony Parker. Non sarebbe stato savio di mente se non l’avesse fatto. Questo non toglie l’importanza dell’italiano nell’economia del gruppo. Perché gli Spurs sono stati capaci di risorgere dalle proprie ceneri (lo scorso anno finale persa contro Miami); perché da una sconfitta hanno imparato e soprattutto per l’umiltà messa sul campo. “Questo è un giorno molto speciale per me ed è il più bel titolo tra tutti quelli che ho conquistato,” ha detto Duncan. “Abbiamo reagito nella giusta maniera alla sconfitta dello scorso anno, vincendo da squadra. Essere in una squadra da titolo in questa fase della mia carriera è qualcosa di indescrivibile.”
In questo gioco di equilibri, il proprio posto, come sesto (ma anche settimo, ottavo,… ) uomo l’ha trovato convintamente Marco Belinelli, portando anche la sua determinazione e voglia di soffrire. Dopo aver vinto il suo primo titolo NBA, ha dichiarato: “E’ pazzesco, sono al settimo cielo. Sono felice di far parte di questo gruppo e di questa organizzazione. I tifosi sono incredibili. Ho cercato di migliorarmi come giocatore, per questo ho firmato con San Antonio, perché c’è una grande organizzazione, una grande squadra e sicuramente perché volevo vincere. Voglio essere un giocatore migliore e continuare a vincere.
I tifosi di Oakland lo salutavano al grido di “Rocky, Rocky”, ma con questo successo strappato in terra americana la sua parabola sportiva assomiglia più a quella di Vito Antuofermo (per restare ad un pugile). La differenza non è solo nel nome, ma nel fatto che mentre la prima è inventata, la seconda è storia. La storia di atleti italiani che hanno avuto successo in America che adesso si arricchisce anche del profilo di questo ragazzo di San Giovanni in Persiceto.
AU

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