Il 15 giugno del 1927 a San Martino di Colle Umberto (TV) moriva misteriosamente il campione Ottavio Bottecchia, nato a Gemona del Friuli (UD) il primo agosto del 1894. Un docufilm racconta la sua incredibile storia.
Bottecchia sapeva soffrire, dice Carnielli, produttore di biciclette in una intervista del 1966. Bottecchia sapeva soffrire come pochi al mondo. E lo racconta la sua vita, narrata così bene e con la documentazione storica giusta (quel poco tanto che c’è di quegli anni), da un docu film prodotto per Rai Sport, che si intitola Ottavio Bottecchia el furlan de fero. Sessanta minuti di coproduzione di Rai Sport con la Cineteca del Friuli di Gemona del Friuli (UD), con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e il patrocinio del Comune di Gemona del Friuli (UD).
Un copione immaginato, scritto e sussurrato da Franco Bortuzzo, che ha diretto questo docu film, montato da Luca Zanoli e con la voce narrante di Francesco Pancani. Attraverso la voce di una trentina di persone fra storici, giornalisti, scrittori, attori, ciclisti, performer e parenti del ciclista, il lavoro ricostruisce l’incredibile vicenda sportiva di Ottavio Bottecchia e cerca di fornire ulteriori dettagli ed indizi sulla sua misteriosa morte.

Ti porta dentro ad un mondo antico e drammatico, questo docu film che scivola via, dove la miseria è il filo conduttore ed è la spinta per la rivalsa. Che pedala. Con Bottecchia. E qualche personaggio attorno. Parte tutto da quel piazzamento al Giro d’Italia del ’23, quando il corridore – che viene ricordato oggi metà veneto metà friulano, di umili origini, viene notato dal pavese Aldo Borella, corrispondente a Parigi della Gazzetta dello sport e uomo di fiducia della squadra francese Auto Moto.
Non parlava neanche l’italiano figurati il francese… dicono di lui: quinto assoluto al Giro del 23, primo fra gli juniores, si fa notare così bene che trova ingaggio al Tour dove veste subito la gialla, ma quando va in crisi, crisi nera sulle montagne, si pensa ad un complotto: un caffè avvelenato per fare vincere Henry Pelissier, suo capitano in squadra. Così è. Bottecchia finisce quel Tour secondo.
Regolare come il bilanciere di un pendolo, la sua posizione e il suo stile in bicicletta segna da subito la storia, diventa un modello da imitare: Bottecchia scala tenendo le mani sulla parte alta del manubrio, vicino ai freni, la sua posizione lo farà apparire come l’esempio e lo stile del corridore italiano perfetto. Nel ’23 Bottecchia corre fino in fondo quel Tour “per i soldi”, il secondo posto gli vale ventimila franchi e in Italia arriva anche la mancia, da una colletta dei tifosi che lo attendono al treno, al suo ritorno quando scende dal vagone di terza classe…
L’anno dopo sarà tutta un’altra musica. E sarà il Tour di Ottavio Bottecchia 100 anni fa – edizione del 1924 – in maglia gialla dalla prima all’ultima tappa. Un Tour dominato che lo rende famoso ed eroe in patria. Questa è solo una parte di una storia incredibile, di un uomo e della sua vita, finita troppo presto e misteriosamente, dopo aver superato la guerra, dopo aver superato la povertà e il dolore per la perdita improvvisa (un incidente altrettanto incredibile in bicicletta) del fratello Giovanni, la storia diventa assurda come la sua morte.
Non si saprà mai cosa accadde veramente a Ottavio Bottecchia. Trovato morto sul ciglio di una strada che i campioni di oggi, ancora, chiamano la strada di Bottecchia… dove si allenava. Forse un malore. Forse. A quasi cento anni dalla sua morte, a cento esatti dal suo successo al Tour de France, primo italiano a vincere il Giro di Francia, Ottavio Bottecchia resta un mito del ciclismo avvolto nei suoi misteri. Che – forse – lo fanno un eroe del ciclismo e dello sport ancora più grande.

Il mistero della miseria
Il mistero della misera e del successo escono da questo lavoro scritto da Franco Bortuzzo, tessuto con il filo della passione per la storia, per le origini, per la terra, per la verità, per il tentativo (solo in parte riuscito per mancanza di altre prove) di snodare più che srotolare la matassa di un gomitolo di ricordi e particolari un po’ aggrovigliati. Anche il titolo del docu film fa riflettere e non poco. Fra Veneto e Friuli. Fra origine e morte. “Ho scritto ‘Furlan de fero’, nel sottotitolo come se fosse scritto in veneto, perché Ottavio, nel suo resoconto al Tour del 1923, fatto per il Guerin Sportivo, giorno per giorno, scrive in veneto”, spiega Franco Bortuzzo, giornalista di Rai Sport, sceneggiatore e direttore di questo documentario. Precisa Bortuzzo: “Ma Bottecchia nel suo diario si definisce ‘furlan’; gli stessi giornalisti francesi parlano di lui come ‘il friulano’. Per questo ho voluto fare emergere la sua doppia anima veneta e friulana”.
Ottavio Bottecchia è un ciclista sconosciuto ai più e dei primi anni Venti. Viene infatti dal Veneto, quando buona parte dei ciclisti arrivava da Lombardia, Piemonte e Liguria. È vecchio, ha già 29 anni, ha passato cinque anni in guerra, e non ha soldi: la prima bici gliela regala il fratello Giovanni e lui se la fa rubare alla fine di una gara locale. Un industriale della bicicletta della zona, Carnielli, lo vede gareggiare, crede in lui e lo spinge a partecipare al Giro d’Italia del 1923, categoria ‘isolati’, i ciclisti senza squadra; quelli che, dopo aver gareggiato su strade sterrate impossibili, con bici da 15-20 chilogrammi, dovevano trovarsi pure vitto e alloggio.
Ottavio vince il Giro d’Italia categoria ‘isolati’ e arriva quinto in classifica generale. Sempre nel 1923, l’Automoto, prestigiosa formazione francese che partecipa al Tour de France, vuole un italiano fra le sue fila per far crescere le sue vendite di biciclette in Italia. Non c’è nemmeno un mese fra Giro e Tour: l’Automoto, dopo che altri ciclisti italiani più famosi le hanno risposto ‘picche’, sceglie Bottecchia. E Ottavio, incredibilmente, arriva secondo a quel Tour de France, alle spalle del suo capitano Henry Pelissier, dopo aver anche indossato la maglia gialla e aver sfiorato il successo completo.
L’anno dopo Bottecchia stravince il Tour, indossando la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa, e si ripete nel 1925, dominando la più importante corsa a tappe ciclistica del mondo. Nel 1926 la sua voglia di far soldi (anche per fare vivere bene la sua grande famiglia: 31 nipoti!) lo spinge a partecipare a kermesse e a gare minori ovunque, persino in Sudamerica.
Non si prepara a dovere, come al solito, e allora il Tour di quell’anno diventa un calvario per lui: Bottecchia si ritira proprio sui Pirenei, le montagne dove era nato il suo mito. L’anno successivo vorrebbe rifarsi, ma la morte improvvisa dell’amato fratello, investito da un’automobile, cambia improvvisamente il suo destino. Ottavio, il giorno dopo l’investimento, probabilmente, ha un duro confronto con il proprietario dell’auto investitrice, un importante gerarca fascista, e, di lì a pochi giorni, ha un incidente in bicicletta che gli costa la vita, dopo una decina di giorni in ospedale, nei quali non riprende mai conoscenza.
Al suo funerale, lui vincitore di due Tour de France, non partecipa nessun gerarca fascista della zona, né, tanto meno, i grandi ciclisti italiani del momento. Solo il suo ex capitano, Henry Pelissier, arrivato da Parigi, e il suo gregario di fiducia, Alfonso Piccin, seguono la bara del grande campione di San Martino di Colle Umberto (TV), insieme alla vedova Caterina Zambon e ai due figli.

Il 27 giugno nello speciale Tour di Radiocorsa per Raisport
Sono intervenuti nel docufilm Marco Cavorso (presidente dell’Associazione ‘Io rispetto il ciclista’, che impersona Ottavio Bottecchia), Beppe Conti (giornalista e storico del ciclismo), Claudio Gregori (giornalista e scrittore), Beppe Conti (scrittore e storico del ciclismo), Marco Ballestracci (scrittore e performer), Nicolas Violle (docente di italianistica all’Università UCA di Clermond Ferrand, Francia), Angelo Cereser (appassionato collezionista), Giancarlo Brocci (ideatore de ‘L’Eroica’), Claudio Gregori (giornalista scrittore), Christian Paniz (appassionato e collezionista), Enzo Manfré (appassionato e collezionista), Andrea Ferraris (autore di fumetti), Giacomo Revelli (copy e web editor), Renato Zarpellon (pronipote di Ottavio Bottecchia), Roberto Bottecchia (pronipote di Ottavio Bottecchia), Domenico Bottecchia (pronipote di Ottavio Bottecchia), Franco Bottecchia (pronipote di Ottavio Bottecchia), Alessandro De Marchi (ciclista professionista), Enrico Spitaleri (scrittore), Pieri Stefanutti (storico locale), Ivo Del Negro (ex sindaco di Trasaghis, UD), Renato Bulfon (appassionato collezionista), Francesco Graziani (giornalista RAI), Tiziana Gottardi (presidente Pro Loco Colle Umberto, TV), Bruno Silvestrin (presidente Pro Loco Portobuffolè, TV), Stefania Pisu (sindaca di Trasaghis, UD), Sebastiano Coletti (sindaco di Colle Umberto, TV), Ottavio Bernardi (nipote diretto di Ottavio Bottecchia); e poi, dalla trasmissione RAI ‘Sprint’ del 29 marzo del 1966, Lorenzo Di Santolo (testimone oculare), don Dante Nigris (parroco di Trasaghis, UD), Domenico D’Andrea (primario di medicina all’Ospedale di Gemona del Friuli, UD), Guido Carnielli (industriale della bicicletta), Riccardo ‘Lena’ Zille (ciclista contemporaneo di Bottecchia).
Il film gode di una serie di ‘prime’ (gratuite) dopo l’anteprima di Gemona del Friuli (2 giugno), Colle Umberto, San Daniele del Friuli, Pordenone, Spilimbergo, Grado (16 giugno), Firenze (25 giugno) e Ravenna (26 giugno). Il 27 giugno godrà del grande palcoscenico del Tour 2024: perché è programmata la sua messa in onda su Raisport, come Speciale Radiocorsa, a seguito della presentazione delle squadre partecipanti al Tour de France a Firenze (alle 20 su canale 58).
