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Con Euro 2020 si torna alla quotidianità, sperando in un calcio migliore

Così con gli Europei che cominciano oggi si torna alla normalità, anche quella che dividerà l'Italia tra i tifosi incalliti e quelli che saranno infastiditi. Mi auguro solo che questa ripartenza sia migliore anche per il calcio e che i tifosi beceri e scomposti, maleducati e razzisti, violenti e volgari siano spariti con il covid.

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Gli Europei che cominciano oggi con Italia Turchia segnano il definitivo ritorno alla normalità, almeno per questa parte di mondo.

E’ un’affermazione ed anche un auspicio. Il calcio, con la sua importanza a volte scomoda e scomposta, non si sottrae al ruolo che la sua universalità gli assegna. Questo senso di quotidianità non l’ha regalato nessun altro evento sportivo di questi mesi. Adesso che 22 signori in mutandoni riprenderanno a dare calci ad un pallone in un Olimpico da giorni blindato come Fort Knox potremo dire che il peggio è passato.

Forse non è veramente così e potrebbe anche capitare di dover tornare quanto prima a fare i conti con zone e lockdown. Però gli Europei di Calcio in qualche modo rappresentano uno spartiacque, perché bucano i confini della cronaca e irrompono nelle case di tutti.

Potrebbe dispiacere a molti che questa funzione “sociale” la ricopra il calcio, uno sport che, almeno in Italia, è portatore spesso di disvalori e contraddizioni. Sarebbe dispiaciuto anche a me se non fosse che ieri, tornando a casa, mi sono soffermato a guardare dei ragazzi che stavano giocando a pallone, nel cortile del loro condominio.

Una palla da calciare è l’attrattiva più affasciante per i bambini di tutte le latitudini. Arriva più in là, e più profondamente, di una palla a spicchi che rimbalza o di una ovale che puoi passare solo con le mani. Arriva a tutti. Sia a quelli che con i piedi ci sanno fare che a coloro che li hanno “quadrati”. Prendi una palla e buttala in mezzo a dei ragazzi che chiacchierano… Dopo un’ora sono ancora lì a dirsi: “chi segna questo ha vinto!”.

Guardandoli giocare, ieri, mi sono tornati alla mente questi mesi di pandemia, quando i nostri figli sono scesi furtivamente (in spregio del lockdown) in cortile a tirare qualche calcio, da soli o in compagnia. Finanche a tornare a casa tutti sudati, dopo una partita contro “chi c’era…”, che sarebbe stato meglio continuare a fare l’attività agonistica organizzata, almeno sapevi con chi avevano condiviso la sorte.

Poi ho pensato che il pallone ha salvato molti di noi, riempito le ore di buco scolastico, accompagnato i nostri interminabili pomeriggi estivi, le nostre sere post-cena. Ha aiutato a stringere amicizie ed anche a rafforzare le esistenti. Ci ha legato ad un infanzia che non vuole passare, anche alla soglia degli “anta” e poi ancora dopo.

Non amo il calcio, o meglio, non guardo il calcio; lo ammetto, per uno snobismo di sinistra dal quale non riesco e forse non voglio staccarmi. Ma quei ragazzi, ieri, in cortile che gridavano “Lukaku gool!” e che parlavano di Ibrah e Ronaldo, di Mbappe e Donnarumma mi hanno fatto tornare ragazzo e ricordato che il calcio conserva, nonostante tutto, un posto privilegiato nella nostra società, perché ha contribuito a formarci come uomini e donne.

Così con gli Europei che cominciano oggi si torna alla normalità, anche quella che dividerà l’Italia tra i tifosi incalliti e quelli che saranno infastiditi. Mi auguro solo che questa ripartenza sia migliore anche per il calcio e che i tifosi beceri e scomposti, maleducati e razzisti, violenti e volgari siano spariti con il covid.

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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