Con Rubin Hurricane Carter scompare definitivamente anche Joey Giardello

Con Rubin Hurricane Carter scompare definitivamente anche Joey Giardello
Hurricane Carter, Joey Giardello,

Una fase dell’incontro per il titolo mondiale dei medi tra Joey Giardello e Rubin Hurricane Carter

Se n’è andato all’età di 76 anni Rubin Hurricane Carter, un’icona per quanti hanno lottato e lottano ancora contro le ingiustizie; un pugile per pochi che l’hanno apprezzato sul ring.
La vera storia di questo uomo, entrato nelle leggenda grazie alla canzone di Bob Dyland, comincia alle 2 di notte del 17 giugno 1966 a Paterson quando nel Lafayette Bar and Grill vengono trucidate due persone, la terza morirà dopo mesi di agonia in ospedale. In quel giorno Rubin Carter era già un pugile affermato, capace di mandare al tappetto due volte il futuro campione del mondo dei medi Emile Griffith ma fermatosi alle soglie del titolo nell’unico incontro mondiale che aveva disputato, contro l’italo americano Joey Giardello.
La polizia e il procuratore non ebbero meglio da fare che concentrare le loro accuse contro Rubin CarterJohn Artis che, secondo la ricostruzione della sua biografia e del film che ne ha immortalato la storia, solo per caso si trovava in macchina con lui quella notte. Seguirono due processi, altrettante condanne, basate su testimonianze inattendibili e condite da un profondo razzismo. La sua epopea processuale, la sua battaglia e la sua più fulgida vittoria sono note e ampiamente raccontate in questo giorno che Hurricane ha ceduto definitivamente al male incurabile che l’aveva colpito da tempo. Non ci torneremo.
Non torneremo neanche sulla sua “seconda” vita, quella che comincia proprio in una cupa notte del 1966 e che l’ha portato a diventare il paladino della lotta contro una “giustizia ingiusta e razzista”, che gli ha permesso di scrivere una biografia di successo ed essere immortalato in opere d’arte imperiture come la canzone di Dyland e il film di Jewison.
Ci teniamo a raccontare, invece, come quel 17 giugno 1966 fu un evento foriero di tante bugie. Quella che incastrò Rubin, orchestrata dal procuratore federale, ma anche quella legata alla carriera sportiva di Hurricane. Bob Dylan, nella sua famosa canzone, parla di Campione del Mondo e di “possibile Campione del Mondo”, quando in realtà la parabola sportiva di Carter appariva, già nel 1966, al declino, dopo le 4 sconfitte subite nei suoi ultimi 5 incontri. Una bugia tira l’altra e il film di Jewison racconta di un incontro mondiale “rubato” per motivi raziali, quando invece le cose andarono in altro modo. Una mistificazione dei fatti, scaturite da quel tragico evento, di cui sono vittime non solo Carter e John Artis (che pagheranno con 20 anni di carcere), ma anche Joey Giardello, che verrà cancellato dalla memoria di questo sport.
Torniamo quindi a quel titolo dei medi, il 14 dicembre del 1964. Un incontro che commentatori e pubblico presenti, oltreché i giudici chiamati a decidere, assegnarono senza dubbio all’italo americano Giardello, già campione del mondo e uno dei massimi più forti degli anni sessanta (entrato poi nella Hall of Fame), alla sua prima difesa del titolo. Un incontro che Rubin Hurricane Carter avrebbe potuto vincere e chiudere nella prima parte dell’incontro; al quarto round un gancio sinistro di Rubin scuote e ferisce lo “stallone italiano”, che rimedia con grande esperienza, per poi venire fuori alla distanza. Carter perde, ma non ci sta. Si dichiara vittima di pregiudizio raziale e rifiuta l’esito dell’incontro ingaggiando una lotta contro l’evidenza che alla fine lo vedrà vincente, alla luce di quanto gli accadde in seguito. Quando, il 9 settembre del 2008 Joey Giardello, al secolo Carmine Tilelli, morì a Filadelfia (la sua città di adozione, nonostante i natali a Brooklyn), nessuno spese una riga per ricordarlo; per ricordare il suo incontro con Carter e quelli che gli permisero di restare sul trono per 2 anni, tra il 1963 e il 1965. La sua storia di “italo” che entra ed esce dal carcere, che impara a boxare per le strade, molto simile a quella di Hurricane, non interessa. Non interessa il fatto che il giudice chiamato a decidere, in occasione della morte del padre, gli concede di assistere ai funerali, con le guardie che lo accompagnano a destra e sinistra, senza perderlo di vista un attimo. A nessuno interessò, allora e poi in seguito, la sua attività con i disabili, perché coinvolto in una dimensione a lui sconosciuta a causa della disabilità del figlio.
Infondo la storia di Giardello, molto simile a quella di un Carter, un Tyson o un pugile afro-italo-ispano qualsiasi è affascinante ma comune, poco interessante per cantanti e registi (anche se Cindarella man…). Crediamo che anche Rubin Carter avrebbe volentieri vissuto la sua storia “comune”, se non fosse accaduto quel triplice omicidio, il 17 giugno 1966.
Quell’evento, prima ancora dei match vinti, della testa pelata, dei baffi sontuosi, hanno permesso solo allora di svelare Hurricane. Un simbolo e un uomo che in questo giorno merita di essere ricordato e omaggiato non per le sue (mancate) vittorie sul ring ma per la tenacia con la quale è stato in grado di cambiare il suo destino di “eterno perdente”.

AU

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