Convegno “Uno Stadio per Amico”, ma serve ancora una legge?

Convegno “Uno Stadio per Amico”, ma serve ancora una legge?
L'intervento del presidente Malagò in occasione del convegno "Uno Stadio per Amico"

L’intervento del presidente Malagò in occasione del convegno “Uno Stadio per Amico”

Alla fine la cosa che resta di questo Uno Stadio per Amico, convegno organizzato dall’ASI nell’ambito di SportLab2013, è l’affermazione (sincera) di Claudio Barbaro, onorevole fino alla scorsa legislatura e animatore della legge “sugli Stadi” affossata in seconda lettura al Senato: “Una legge sugli stadi, diciamolo sinceramente, è qualcosa che può interessare 6, massimo 10 soggetti in Italia… Forse, per rilanciare l’impiantistica sportiva non serve una legge, ma una programmazione e pianificazione…”
Un intervento che in qualche modo completava quello del presidente Malagò, intervenuto in apertura dei lavori per ricordare che nella sua compagna elettorale aveva ritenuto la questione degli impianti assiale per il CONI e lo sport italiano “anche se in materia legislativa il CONI può fare poco e, soprattutto, non parliamo di una legge per gli Stadi, ma una legge per gli impianti sportivi”.
Da qualsiasi parte la si guardi questa giornata, promossa dall ASI in collaborazione con Studio Ghiretti e che ha goduto della partecipazione dello stato maggiore dello sport italiano e del calcio capitolino, alla fine restano più i dubbi che le certezze, confermando che infondo quanto affossato in Senato poi non è stato che lo specchio di una poca convinzione sull’argomento. La domande emerse, alla fine, è stata: legge si o legge no?
A questa se ne aggiunge un’altra non emersa nella giornata: per rilanciare il sistema sportivo italiano servono veramente gli impianti, oppure basterebbe far funzionare meglio quelli esistenti?
Il presidente Malagò ha ricordato che, per esempio, la pallamano non ha, a Roma, uno stadio in grado di ospitarla e lo stesso vale per altri sport. Prima di discutere di calcio, o solo di calcio, varrebbe la pena allargare lo sguardo ad altre discipline.
Il vero convitato di pietra di questo convegno è il pessimo esempio fornito da Italia ’90, come ha coraggiosamente ricordato Michele Uva, responsabile del centro studi della FIGC. Nei paesi sportivamente più evoluti, uno stadio è un valore per la comunità, dal punto di vista cultura ed economico, che si protrae per 30 anni dalla sua costruzione. Con Italia ’90 abbiamo creato impianti e strutture inutili; il peso dei debiti contratti li stiamo ancora pagando, fino ad arrivare all’unico esempio (negativo) al mondo di uno stadio smantellato ma che ancora non completamente pagato: il Dell’Alpi di Torino. Uva ha anche ricordato che non esiste un modello da importare, ma tanti esempi da copiare nella realizzazione di un impianto. Modelli che nascono dall’analisi corretta dell’esistente e che non possono prescindere dalla consapevolezza che una struttura (non per forza mastodontica o di cubatura esorbitante) per essere sostenibile deve vivere con le proprie gambe anche dopo la costruzione.
Alessandro Cochi assessore di Roma, in piena campagna elettorale, dopo una discutibile critica alle “archistar” e un ricordo di Andreotti (scordandosi però che proprio al “divo” si deve il primo sacco di Roma), ha elencato gli (per lui)  innumerevoli successi in tema di impiantistica sportiva nella capitale. Chiusura sul Flaminio: “Abbiamo progetti di rilancio…” ma non si è capito per farci cosa.
Dario Nardella, neo onorevole ed ex vice sindaco di Firenze, ha ricordato che gli Enti locali in 5 anni hanno ridotto gli investimenti del 25%. Inutile, quindi, sperare di poter contare sullo stato (comuni e regioni) per la realizzazione degli impianti. Ci vogliono i privati, che però devono trovare la sintesi tra interesse pubblico e privato. La parola magica è project financing. Strano che nessuno l’avesse pronunciata prima, forse perché banale e, di fatto, irrealizzabile in questa Italia che per ripartire ha bisogno prima di tutto dello Stato.
Sono seguiti gli interventi del mondo del calcio, perché alla fine, nonostante i buoni propositi della vigilia e degli intervenuti, il discorso è tornato sempre sugli stadi. Proprio per questo il convegno, seppur organizzato con le migliori intenzioni, lascia l’amaro in bocca o la sensazione di un “incompiuta”.
Parlare di stadio amico, sperando in un derby pacifico o che ogni domenica non ci scappi il morto è un’iperbole culturale che anche gli stessi convenuti non si sono sentiti di affrontare con determinazione. Finché il calcio in Italia sarà sinonimo di violenza, contrapposizione e interessi economici, in mano a presidenti-imprenditori e tifoserie esasperate, più che di Stadio amico si continuerà a parlare di Stadi vuoti. A che serve farne di altri?
AU

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