Per i 700 anni della morte di Dante Alighieri in Italia si è scatenata la riscoperta del sommo poeta. Non si poteva esimere da questo anche Sport24h, con l’avvertenza che non ho alcuna pretesa di esaurire l’argomento, in quanto la Commedia è una fonte inesauribile di sorprese, all’interno della quale si può trovare di tutto. Basta saperle cercare. Non sono dantista e le reminiscenze liceali svelano quanto per certi versi sia distante, ancorché vicino alla cultura italiana, la sua opera.

Perché, detto per inciso, possiamo tutti ipocritamente scandalizzarci per i giudizi tranchant di qualche quotidiano tedesco ma poi se proviamo a recitare almeno quattro terzine di un canto della Commedia la maggior parte volge lo sguardo da altra parte: sopra, sotto e poi le mani.. come alle interrogazioni scolastiche che furono.

Eppure Dante, soprattutto la sua Commedia perché del resto ricordiamo (e studiamo) ancora meno, resta ancorato al nostro essere figli di un paese profondamente cattolico, con i pregi (pochi) e difetti (tanti) che questo comporta.

Per trovare un filo conduttore tra Dante e lo sport ho scomodato il web, trovando articoli e interventi interessati, molti dei quali legati solo ad una singola disciplina. Cercherò di farne una sintesi.

Nella Divina Commedia si trovano almeno tre riferimenti espliciti allo sport. Il primo è nell’Inferno, canto XV, versi 121-4. Il Poeta cita il Palio del Drappo Verde conosciuto anche come palio di Verona, istituito circa 800 anni fa, nel 1208, e che rappresenta la corsa organizzata più antica del mondo.

Siamo alla fine del canto. Dante è nel terzo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio, natura e arte.

“Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde”

Il riferimento è a Brunetto Latini, con il quale stava interloquendo e che poi è costretto a correre via (legge del contrappasso, i dannati del girone costretti a vagare continuamente) perché sta arrivando un altro gruppo di dannati.

Il secondo si riferisce al canto XVI dell’Inferno dove (vv22-27) Dante scrive:

“Qual sogliono i campion far nudi e unti
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti
così, roteando, ciascun il visaggio
drizzava a me, si che ‘ contraro il collo
faceva ai piè continuo viaggio”.

Riferimento, neanche tanto difficile da intuire, ai lottatori. Metafora che Dante utilizza per spiegare il movimento di uno dei dannati che lo guarda torcendo testa e collo nella parte opposta al corpo. Nella narrazione del poeta siamo sempre nello stesso girone del canto precedente e i tre in questione fanno parte della schiera dei politici fiorentini di poco precedenti a Dante.

Il terzo riferimento è, per quanto mi riguarda, più aulico e interessante, in grado di stimolare una fiorente letteratura al riguardo e che pone anche qualche problema di carattere matematico.

Lo raccontano diversi commentatori e siti specializzati. Trovo interessante quanto riporta https://www.scacchipress.it/il-trecento-3/ interamente dedicato alla storia del nobil gioco.

Partiamo dalla citazione di Dante, Paradiso, canto XXVIII, versi 91-93

“Lo incendio lor seguiva ogni scintilla;
Ed eran tante, che ‘l numero loro
Più che il doppiar degli scacchi s’immilla.”

Dante sta parlando degli angeli (scintilla) e nel definirne il numero utilizza la metafora “doppiar degli scacchi s’immilla” (s’immilla dovrebbe significare aumentano di mille in mille). In pratica voleva indicare un numero tendente all’infinito utilizzando la metafora che da riferimento alla storia di Sissa Nassir.

Forse la conoscete; la ricordo brevemente. Si favoleggia che Sissa Nassir abbia inventato il gioco degli scacchi e poi chiesto come ricompensa un chicco di riso per la prima casella, il doppio per la seconda, il doppio della seconda per la terza casella, il doppio della terza per la quarta casella e così via al sovrano. Il quale, sentendosi preso in giro, gli fece tagliare la testa.

Torniamo a Dante. Con questa metafora mostra di conoscere gli scacchi (vi rimando al sito di prima ed anche a questo nei quali si spiega perché gli storici sono convinti che fosse anche un giocatore).

La sua citazione apre anche un problema di carattere matematico. Ai suoi tempi i numeri arabi non erano ancora stati inventati e pertanto il numero citato (20 + 21+22+…+261+262+263) non poteva che essere espresso in numeri romani. Impossibile farlo, pertanto per Dante, come per tutti gli altri, era pari all’infinito (che poi è la quantità degli angeli secondo Dante).

Ora, se Dante fosse stato un pragmatico e poco incline alle metafore avrebbe potuto facilmente scrivere “infinito” e raccontare quello che ha raccontato senza terzine a rime baciate. Avrebbe potuto scrivere un sintetico saggio sulla sua visione del mondo, facilmente comprensibile ai più. Ma non ci sarebbe stata la Divina Commedia e uno scritto che per quanto ci sforziamo di leggere e ricordare è sempre fonte di sorprese.

(A proposito, il numero in questione è 184.467.440.737.095.551.615)

Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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