Cosa resta, a distanza di alcuni giorni, di questo Sei Nazioni 2025?
Per l’Italia resta il sapore di una crescita incompiuta. Lo scorso anno è andata sicuramente meglio. L’elemento positivo da portare con sé da questa edizione è quello di non aver conquistato un altro Cucchiaio di Legno. Positiva anche la partita finale contro l’Irlanda, sebbene i celtici siano apparsi fortemente appannati in questa edizione. Tuttavia, le sonore sconfitte contro Francia e Inghilterra, unite a quella con la Scozia, ci hanno ricacciato indietro, riportandoci a tristi ricordi di qualche anno fa. Il rugby italiano sembra incapace migliorare di anno in anno. Galleggiamo nella mediocrità, e il dilemma è sempre lo stesso: meglio essere gli ultimi dei primi o i primi degli ultimi?
Quesada ha fatto un buon lavoro, ma ha ancora molto da fare per costruire una squadra che, almeno in apparenza, sembri in grado di lottare per la vittoria del torneo. Perché sono ormai 25 anni che siamo entrati nel salotto buono del rugby, eppure continuiamo a essere accolti con un sorriso di circostanza, come a dire: “Bravi sì, ma per vincere ci vuole altro”.
Quindi la domanda che ci poniamo, e che giriamo ai vertici del rugby italiano, è: riusciremo mai a vincere questo benedetto Sei Nazioni? Lo faremo, se mai ci riusciremo, solo quando ci scrolleremo di dosso le ultime due ‘scimmie’ che portiamo sulle spalle: Nuova Zelanda e Inghilterra, mai battute da quando questo sport è entrato a far parte della nostra cultura.
Riguardo alla Francia, che dire? Forse basta una sola parola: bravi! Bravi perché non si sono scoraggiati dopo una sconfitta, per certi versi dolorosa, contro l’Inghilterra. Nel rugby si dice che vince sempre il più forte. In quell’occasione non è sembrato, ma questo è un demerito per Dupont e compagni, non una consolazione.
Bravi anche a non perdersi nei rimpianti per un Mondiale, quello di due anni fa, clamorosamente fallito quando avrebbero dovuto vincerlo – se non addirittura dominarlo – perché giocato in casa. Quella sconfitta poteva segnare la fine di un sogno. La squadra ha traballato, ci ha messo un anno di troppo per ritrovarsi, ma alla fine ne è venuta fuori, riproponendo quel rugby-champagne che è la cifra distintiva dei Galletti.
Chi ci ha sorpreso, però, è stata l’Inghilterra. L’hanno definita una squadra senza idee, grigia e banale. A noi è piaciuta. Perché ha difeso come mai prima d’ora e perché ha riscoperto un gioco all’antica: palla lunga e pedalare. La rivoluzione di Eddie Jones si era fermata a metà, lasciando poche eredità. Anche per i giocatori della rosa c’è voluto del tempo per ritrovare la propria identità, ma alla fine ce l’hanno fatta. Hanno rischiato di vincere questo Sei Nazioni, portandosi a casa il Crunch e la soddisfazione di aver battuto i campioni. I due Smith ci sembrano gli atleti su cui costruire la squadra per i prossimi anni. Ad averne, di aperture-estremi così versatili! Qualcuno ha detto che non eccellono in un ruolo specifico, ma sono buoni per tutti i ruoli… pensava di offenderli, ma per noi è un complimento.
Il Galles è affondato, sprofondato in una crisi da cui non appare in grado di uscire. Sembra quasi che lo slalom di Capuozzo, di anni fa abbia scavato una ferita profonda nell’animo fiero e passionale della gente gallese. Da allora non si sono più ripresi. Speriamo che accada presto, perché il rugby ha bisogno del loro coraggio, soprattutto per contrastare lo strapotere degli ‘odiati’ inglesi. Per chi veste la maglia con la rosa, infatti, andare a Cardiff è sempre un esame duro e difficile. Ci sono mancati, soprattutto per questo.
L’Irlanda non è più lo squadrone di un passato recente, e si è visto. Il terzo posto è la giusta collocazione per un gruppo in cui i giovani non sono ancora pronti a raccogliere l’eredità dei grandi che lasciano. Facciamo una previsione, che speriamo venga smentita presto: prima che possa tornare ai vertici assoluti, ci vorrà del tempo.
Intanto, sediamoci comodi e godiamoci i British and Irish Lions.

