
La sconfitta interna contro la Fiorentina non è un incidente di fine stagione ma la conferma, qualora ce ne fosse bisogno, del punto di caduta di una crisi più lunga, più profonda, più strutturale. La Juventus ha perso 2-0 allo Stadium, è scivolata al sesto posto e ora non ha più il proprio destino nelle mani nella corsa alla Champions League. Nell’ultima giornata dovrà vincere il derby con il Torino e sperare nei risultati degli altri. Sarebbe un errore ridurre tutto alla possibile mancata qualificazione europea. Il fallimento viene da molto più lontano.
Da quando Andrea Agnelli è uscito di scena, la Juventus ha perso una linea di comando riconoscibile. L’ex numero uno bianconero, dopo l’inchiesta Prisma e le vicende sportive legate alle plusvalenze e alla manovra stipendi, ha lasciato il club insieme al consiglio di amministrazione. In sede sportiva è stato inibito; sul piano penale, la vicenda si è poi chiusa con il patteggiamento nell’ambito del processo Prisma. Da allora la Vecchia Signora ha cambiato uomini, ruoli, idee, allenatori e modelli. In panchina sono passati Massimiliano Allegri, Paolo Montero ad interim, Thiago Motta, Igor Tudor, Massimo Brambilla ad interim e infine Luciano Spalletti. Nell’area tecnica e dirigenziale si sono alternati o sovrapposti Federico Cherubini, Francesco Calvo, Giovanni Manna, Cristiano Giuntoli, Damien Comolli, Giorgio Chiellini, François Modesto e Marco Ottolini. Non tutti con lo stesso ruolo, non tutti con lo stesso peso, ma tutti dentro una stagione permanente di ristrutturazione.
Il problema della Juventus, oggi, non è soltanto tecnico; non sa più che cosa vuole essere. Ha provato a essere sostenibile, ma senza pazienza. Ha provato a essere moderna, ma senza struttura. Ha provato a ringiovanire, ma vendendo troppo presto. Ha provato a cambiare calcio, ma senza costruire prima l’ambiente necessario per sostenerlo. Il risultato è una squadra che ogni anno riparte da capo e ogni anno si scopre più fragile.
Qui il discorso diventa più ampio e tocca la storia stessa della famiglia Agnelli. La grandezza industriale e sportiva di quella dinastia, nei suoi momenti migliori, è sempre passata attraverso manager forti, autonomi, competenti, che hanno riparato ai guai fatti dalla gestione diretta della famiglia. Se analizziamo i fatti ci accorgeremo, infatti, che il mainstream ha raccontato una realtà che non è mai esistita: gli Agnelli come grandi imprenditori. In realtà incapaci. La Fiat del dopoguerra ebbe in Vittorio Valletta l’uomo della ricostruzione e dello sviluppo, capace di riparare ai danni della proprietà. La Fiat delle stagioni più dure ebbe in Cesare Romiti il manager del controllo, del conflitto e della tenuta mentre Gianni era impegnato nella bella vita e a costruire un mito per un’Italia che aveva bisogno di un sovrano, anche se acquisito. La Fiat sull’orlo della crisi trovò in Sergio Marchionne l’uomo della svolta, capace di salvare Fiat e Chrysler e di trasformare un gruppo in difficoltà in un protagonista globale.
Anche nello sport il meccanismo è stato simile. La Juventus più solida è stata quella affidata a figure di campo e di potere calcistico: Giampiero Boniperti, poi la stagione di Luciano Moggi, con tutte le ombre finali di Calciopoli che non possono essere rimosse dalla memoria. La Ferrari moderna ha costruito il proprio ciclo più vincente con Luca Cordero di Montezemolo, Jean Todt e Michael Schumacher, cioè con una catena di comando tecnica e manageriale riconoscibile, che non era quella della famiglia.
La storia degli Agnelli insegna proprio questo: quando la famiglia ha scelto uomini forti e li ha lasciati lavorare, ha costruito imperi industriali e sportivi. Quando ha pensato di poter governare direttamente la complessità, spesso ha prodotto crisi, ritardi, strappi.
La Juventus di oggi, come in tutte le altre attività del gruppo, sembra invece prigioniera del contrario: una proprietà che interviene, corregge, cambia, sostituisce. È la Juventus dell’era Elkann, della razionalizzazione finanziaria, dei manager scelti e poi superati, delle ricostruzioni annunciate e mai completate. È una squadra che continua a evocare il proprio passato, ma quando il passato diventa soltanto nostalgia, anche la maglia più pesante rischia di non bastare.
Per questo la Champions League è solo la superficie del problema. Mancarla sarebbe grave, ma qualificarsi all’ultimo respiro non cancellerebbe nulla. Non cancellerebbe gli errori di mercato, la confusione tecnica, la fragilità societaria, l’assenza di una vera identità sportiva. La Juventus non è fallita perché ha perso con la Fiorentina. Ha perso con la Fiorentina perché da anni sta fallendo la propria ricostruzione.
