
Cosa succede ai campioni dello sport moderno? Gli anni Venti del nuovo millennio passeranno alla storia sportiva come quelli della riscoperta del calore del focolare domestico? Ce lo chiediamo guardando il rito di Jonas Vingegaard, splendido dominatore del Giro 2026, ogni volta che taglia il traguardo: bacia la foto di moglie e figli posta sul manubrio e poi, dopo pochi secondi, telefona a casa.
Ci torna alla mente, poi, il suo avversario Tadej Pogačar, che ad ogni vittoria, soprattutto nelle classiche di primavera, alza il dito al cielo e dedica il successo alla mamma della sua fidanzata, scomparsa prematuramente qualche anno fa.
Ci spostiamo sui campi da tennis e siamo travolti dal buonismo familiare del bravo ragazzo per eccellenza, Jannik Sinner, che ricorda ad ogni piè sospinto l’importanza della sua famiglia, dai genitori fino all’ultima lontana parente.
In questo generale clima buonista anche le vacanze ad Ibiza di Carlos Alcaraz appaiono come una dirompente provocazione. Ma anche il murciano non rinuncia all’abbraccio caldo e rassicurante della famiglia, che ha chiamato a dirigere la sua carriera sportiva.
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Pur ammirando le doti mirabolanti e i futuri gloriosi di questi, per noi che siamo figli degli anni ’70 e della contestazione, tutto ci appare fino troppo zuccherino, al limite del grottesco.
Il ciclismo, da Coppi in poi, passando per Anquetil, inesauribile tombeur de femmes, e Koblet, ha nel proprio pantheon campioni che hanno provocato una frattura culturale nel tempo che hanno attraversato, incidendo sui costumi e spesso anticipando la contestazione. Senza mai concedere nulla, neanche l’onore delle armi, ad avversari, sia su strada che fuori.
Che dire poi del tennis, con esempi ancora ricordati come Nastase, Gerulaitis (forse il più cinematografico del tennis anni Settanta: New York, Studio 54, Rolls Royce, celebrità, modelle, vita notturna) fino ad arrivare al nostro Adriano Panatta. Il vincitore del Roland Garros del 1976 viene ancora ricordato come elegante, fascinoso, associato a una stagione in cui il tennis italiano divenne anche costume. L’Équipe lo celebrò come “playboy italiano” dal tocco di seta. Lui stesso racconta di quando entrò in un ristorante accompagnato da Mita Medici per uscirne con Loredana Bertè. La stessa Bertè che poi divenne moglie di Björn Borg, in una spirale autodistruttiva dalla quale poi, per fortuna, sono usciti entrambi.
Di esempi, anche negli altri sport, di campioni di rottura con schemi e tradizioni familiari è pieno. Nel calcio dal sublime Best all’eterno Maradona, passando per l’anticonformista Meroni; nel basket citiamo Wilt Chamberlain, uno per tutti (e son tanti!).
Non era, quella di allora, solo voglia di vivere e divertirsi. Era, per molti, rottura, contestazione, esigenza di cambiare. Un esempio per tanti ragazzi e ragazze che scoprono l’amore libero facendo il percorso inverso: non solo come rovesciamento di una cultura retrograda e retriva, ma anche e soprattutto come piacere di vivere la propria sessualità con spensieratezza e consapevolezza.
Che poi quella generazione, la nostra generazione, non sia stata capace di cambiare il mondo, se non in peggio, passando da “non fate la guerra, fate l’amore” all’esatto contrario (diminuzione delle nascite e aumento delle guerre), ne aumenta le responsabilità. Ma almeno ci ha provato.
