Claudio ci accoglie e ha voglia di parlare. E’ un uomo di mezza età, con un passato da sportivo agonistico (nuoto, bicicletta, triathlon) e un presente da imprenditore nel turismo. Lui, insieme a Mariapaola, hanno dato vita a OpenMind Travel, un Tour operator (anzi un social operator come loro stessi si definiscono) per viaggi transformanti.
“E’ ormai di moda – ci dice Claudio a cena – parlare di viaggi esperenziali. Il problema è che troppo spesso al viaggiatore vengono offerte esperienze a ripetizione, senza un filo logico. Una forma di bulimia del turismo, che non vorremmo ci appartenesse. La nostra ambizione è quella di offrire esperienze in grado di trasformare la percezione che il viaggiatore ha del posto visitato. E’ un modo per crescere insieme.”
Crescere insieme? “La nostra attenzione non è rivolta soltanto al viaggiatore, ma anche – direi forse soprattutto – ai territori visitati. L’Italia, paese dal grande fascino turistico, ha circa il 70% del territorio poco visitato o non valorizzato. Non sto parlando soltanto di paesi, borghi o contesti culturali. Mi riferisco soprattutto alla dimensione sociale. Piccoli/grandi artigiani, in grado di realizzare oggetti unici al mondo; operatori agricoli che sono realtà esemplari per impatto ambientale e qualità del prodotto; eccellenze enogastronomiche che rimangono chiuse nello stretto ambito della propria provincia… (potrei continuare all’infinito, citando anche nomi e cognomi). Noi rivolgiamo la nostra attenzione soprattutto a loro e portiamo i viaggiatori a conoscere queste realtà, che sono spesso lontane dai viaggi main stream e dall’attenzione dei tour operator. Realtà che vivono e trovano una loro dimensione attraverso noi e, soprattutto, che trasferiscono emozioni reali, direi vere, ai viaggiatori.”
Guardo Claudio e penso, dentro di me, ‘è folle!’, ma di quella follia simpatica, estroversa e coinvolgente, propria di una persona che crede in quello che fa e per questo lo fa con l’entusiasmo della scoperta.
Il giorno dopo, navigando nella laguna tra Veneto e Emilia Romagna verso l’Isola dell’Amore e poi pedalando verso Chioggia, lungo la Via delle Valli, capisco meglio cosa voleva dire.
Il Delta del Po è un ecosistema che io non ho le conoscenze adatte per descrivere adeguatamente. Facendo uno sforzo di fantasia, dal punto di vista stilistico, posso definirlo elegante e misterioso. Di una bellezza tranquilla e selvaggia. Forse la cosa più simile che possiamo trovare, qui in Italia, a certi paesaggi africani da cartolina. Non è un caso, del resto, che proprio da queste parte, numerose specie di uccelli trovano riparo e dimora nel loro peregrinare tra il Nord (anche Siberia) e l’Africa.
Un mondo che ci racconta con appassionato trasporto Edoardo Cacciatori (qui) la cui storia personale è forse più affascinante della stessa laguna. Siamo in una parte del Veneto, il Polesine, in cui la povertà, fino a qualche anno fa, era la costante. Poi improvvisamente esplode la coltivazione dei mitili (vongola, cozza e adesso anche ostriche). La laguna diventa la nuova miniera, in cui un lavoro massacrante assicura, con il crescere della richiesta, il benessere. Contemporaneamente si sviluppa la consapevolezza che la conservazione del territorio salvaguarda anche la qualità del prodotto.

Fiorisce, come attività secondaria, l’industria legata al turismo. Edoardo è il nipote del titolare dell’attività di navigazione lungo la laguna. Conduce con perizia la sua piccola imbarcazione, che porta circa 30 turisti, e racconta di questi luoghi, della loro evoluzione economica e culturale.
Racconta, soprattutto, con una conoscenza approfondita, quasi scientifica, delle tante specie di uccelli che trovano rifugio tra canneti. Rimango impressionato dalla precisione dei termini, dalla ricerca certosina dell’etimologia dei nomi. Si sofferma, addirittura, sulla doppia dizione, a seconda dell’accento riportato sui libri, nel caso di una particolare specie.
Una volta rimesso piede a terra gli chiedo: “Che università hai fatto?” dando per scontato che fosse laureato. “Nessuna, lavoro con zio da quando ero ragazzo, ma questa cosa degli uccelli mi ha sempre affascinato, e mi sono letto molti libri e informato da solo”. Lo dice quasi con pudore, confondendo il rossore con il volto abbronzato e la barba.
Impensabile, per chi conosce un po’ questi luoghi, in cui la dolcezza del paesaggio contrasta con la durezza degli abitanti, abituati a lottare per strappare un po’ di terra al fiume e al mare.
Lasciamo Edoardo ai suoi studi e ci accingiamo a pedalare lungo la Via delle Valli, da Boccasette fino alla foce dell’Adige, a Rosolina Mare. Un itinerario di assoluta originalità e innegabile bellezza, con la laguna che ci accompagna su entrambi i lati. Pedaliamo sospesi sull’acqua, come in una delle opere di Christo. Un percorso semplice, che regala scorci impensabili, in cui l’opera dell’uomo si interseca, in un perfetto binomio, con l’acqua. Come la piccola chiesetta di Moceniga, realizzata alla fine del 700.
La nostra meta è Chioggia, che raggiungiamo la sera. La piccola Venezia, che visitiamo il giorno dopo mischiandoci, in bicicletta, con la folla accorsa per il Palio della Marciliana, ci appare più viva e sincera della stessa Serenissima. Il mercato del pesce, l’imponente flotta di pescherecci, si confondono, in un caleidoscopio di colori, con la dimensione agricola di Sottomarina, con i suoi orti dimenticati e faticosamente tenuti in vita da pochi coraggiosi. Il tutto legato dalla Laguna di Lusenzo e la sua ciclabile, piccolo/grande parco dei divertimenti per tutti i gusti.
La sera, davanti all’immancabile cicchetto e frittura, Claudio completa il suo racconto: “Questa esperienza rientra nel più ampio progetto Slow Flow – Veneto Waterways Experience, voluto dalla regione e che punta a valorizzare e promuovere le vie d’acqua navigabili del Veneto, combinando esperienze Slow&Green come itinerari ed escursioni fluviali e lagunari, degustazioni, Ville, cicloturismo. E’ realizzato da una aggregazione composta da 24 imprese, tra operatori della navigazione e del bike, tour operator, strutture ricettive, aziende che forniscono servizi in vari ambiti”.
Un modello che ha reso il Veneto, anche da questo punto di vista, punto di riferimento in attività di questo genere. L’iniziativa si interseca, per quanto riguarda la bici, nell’altro progetto ‘Gravel in the Land of Venice’ che ha mappato i percorsi scaricabili dal sito www.gravelinthelandofvenice.com. All’interno dello stesso sito si possono trovare anche tutte le info e le descrizioni di ogni singolo percorso. I percorsi, misto tra asfaltato e fuoristrada (da cui ‘gravel’), sono stati concepiti per stimolare i cinque sensi. Si ammira l’arte e la cultura, si ascoltano i racconti e le testimonianze della storia, si sente il profumo della natura e si gustano i prodotti tipici della zona.



