E’ morto Diego Armando Maradona. Se n’è andato questo 25 novembre, lo stesso giorno di Fidel Castro, di cui era grande amico e ammiratore, e di George Best, il calciatore per certi versi più simile a lui dentro e fuori dal campo.

Ci sembra che Maradona rappresenti la perfetta sintesi tra questi due personaggi. Chiariamolo subito, anche per noi è stato il più forte calciatore della storia, titolo che ha diviso con Johan Cruyff, e forse con Pelè.

E’ stato un leader e condottiero in campo, amato prima di tutto da coloro che hanno giocato con lui e che, attraverso lui, sono arrivati a livelli impensabili per il loro talento. Più che il Che Guevara del calcio, pertanto, Fidel, appunto. In grado di pianificare, lavorare e portare al successo un gruppo e una città come mai prima e mai più dopo.

Ribelle, fuori dal campo, al punto che la frase, iconica, di George Best avrebbe potuto dirla lui: “Nella vita ho speso soldi in macchine, donne e alcol, il resto l’ho buttato…”.

Raccontare Diego Armando Maradona è difficile e facile. Difficile perché tutto è stato detto, anche prima della sua scomparsa. Facile perché basta sfogliare il “proprio” Maradona e si attinge ad un album di ricordi che, per quelli della mia generazione, è ricco e pieno di foto. Dimostra che Maradona è stato un fenomeno globale, un evento che ha attraversato la storia sportiva e sociale dividendo tra entusiastici fan e feroci critici.

Il mio personale “Maradona” è legato alla città di Napoli, che ho avuto modo di frequentare con assiduità proprio negli anni in cui l’idolo incantava il San Paolo. Era allora, ed è ancora, amore vero, mai tradito, mai ripudiato, ma dimenticato (cosa invece accaduta con altri campioni).

Maradona, è bene ricordarlo, ha lasciato Barcellona e il club azulgrana per passare nella misconosciuta, calcisticamente parlando, Napoli. Dalla Milano della Catalogna alla Napoli dei Quartieri spagnoli. Dalla movida e il jet set ad una antica capitale di regno ancora alla ricerca di una sua identità a pochi anni dal terremoto in Irpinia.

Questa scelta, come di un principe azzurro che sceglie la sua cenerentola, ha fatto scoccare una scintilla eterna. Prima ancora dello scudetto, delle giocate del trio meraviglia MaGiCa (Maradona, Giordano, Careca) e dei successi europei, il tributo di Napoli per il suo re nasce da quel fatidico “si”.

Il murales gigante che vedevo tutti i giorni passando per i Quartieri spagnoli stava lì a dimostrarlo.

L’altro personale ricordo è legato ad alcune giocate memorabili: il gol alla Lazio alla cieca, la punizione “impossibile” contro la Juventus e la finale di Coppa Uefa contro lo Stoccarda.

Il momento che credo lo ha consegnato alla storia del mondo, non solo sportiva, è legato a Argentina Inghilterra, quarti di finale della Coppa del Mondo del 1986. I due gol di Diego sono l’ossimoro umano per eccellenza: inferno e paradiso, odio e amore, tristezza e felicità. La capacità prettamente di noi umani di compiere gesti di grande valore ed anche di inenarrabili nefandezze.

Con la mano (di Dio) e con il piede sinistro (sempre di Dio). Qualcosa che non si era mai visto e crediamo non si vedrà più: in uno stesso palcoscenico il vertice più alto dell’uomo e quello più in basso.

Una sintesi in grado di descrivere con pochi tratti l’esistenza di tutti noi e che merita un posto nelle grandi opere d’arte, come la Cappella Sistina o come una sinfonia di Beethoven (ma forse più Mozart).

Grazie Diego!

Antonio Ungaro

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