L’opinione pubblica occidentale si è commossa davanti alla tragica fine di Diogo Jota, stella del Liverpool, scomparso in un incidente stradale con il fratello, anch’egli calciatore. I giornali di questa parte del pianeta si sono riempiti di ricordi a cominciare dal matrimonio, neanche dieci giorni prima dell’incidente, con la compagna di una vita e madre dei suoi figli.
Dopo la sua scomparsa lo sport si è fermato; il web si è riempito di lacrime e cordoglio. Anche i ritrovati Oasis hanno dedicato un ricordo in occasione dello storico concerto che ha visto di nuovo insieme i due geniali e litigiosi fratelli. I funerali sono stati seguiti in diretta mondiale e hanno fatto più notizia le assenze (a cominciare da Ronaldo) che le star e le autorità presenti.

Quasi nelle stesse ore, a Gaza, un drone colpiva con un missile la stanza di Muhannad Fadl al-Lay, al terzo piano della sua abitazione, causando una grave emorragia cranica che lo ha portato alla morte. Muhannad Fadl al-Lay era uno dei più forti calciatori della Palestina, stella dell’Al-Maghazi Service Club e della Nazionale Palestinese. Tornato a giocare dopo un infortunio al ginocchio, aveva visto interrotta la propria carriera con la guerra scatenata da Israele contro il popolo palestinese. Ad inizio del conflitto aveva provato a lasciare la striscia di Gaza per raggiungere la moglie in Norvegia, ma gli era stato impedito. Muhannad è il secondo calciatore ucciso dall’esercito israeliano in pochi giorni. La Federazione calcistica palestinese, ad inizio settimana, ha annunciato l’uccisione del calciatore Mustafa Abu Amirah durante un attacco ad un bar sulla spiaggia di Gaza City. Il bombardamento del Al Baqa Café ha ucciso 33 palestinesi e feriti circa 50. E’ rimasta uccisa anche Malak Musleh, la più giovane pugile di Gaza.
Dall’inizio della vendetta israeliana per i fatti di ottobre, tra le oltre 57.000 vittime ci sono anche 585 sportivi di cui 265 calciatori. Israele ha preso di mira le strutture sportive, simbolo civile e luoghi di ritrovo per gli sfollati. Sono 264 gli impianti sportivi danneggiati, 184 completamente distrutti, compresi i 12 stadi costruiti a suo tempo con i fondi della FIFA.
Proprio la federazione internazionale ha sul tavolo una spinosa questione da oltre un anno che non riesce (o non vuole) risolvere. Si tratta della richiesta da parte della Federazione palestinese di sanzionare la Federazione israeliana per le continue violazioni del diritto internazionale organizzando partite di calcio professionistiche nei territori palestinesi occupati.
Per correttezza di informazione ricordo che anche la guerra russo-ucraina ha come vittime collaterali numerosi sportivi. Il Ministero degli Esteri ucraino ha riferito che circa 600 atleti e allenatori sono stati uccisi dalle forze russe. Su questo fronte, però, lo sport mondiale da tempo ha preso una decisione, escludendo Russia e Bielorussia da tutte le competizioni. Sui crimini di Israele, invece, le istituzioni internazionali girano il volto dall’altra parte, preferendo commuoversi per due bravi ragazzi portoghesi scomparsi a bordo della loro Lamborghini durante un sorpasso.
Alla luce di tutto questo, torno con la mente alle immagini del funerale di Diogo Jota e alla pelosa pietà della narrazione occidentale: un giovane calciatore è morto, una giovane vedova piange per il dolore, il mondo civilizzato si commuove.
Quando la sorte si accanisce contro i ricchi, il popolo non regge al dolore.
