EditorialiDiVincenzo, Thompson, i ragazzi della Under20 e il presidente passepartout

DiVincenzo, Thompson, i ragazzi della Under20 e il presidente passepartout

Il forfait DiVincenzo sostituito da Thompson solleva qualche perplessità: il basket italiano, la cittadinanza facile e la questione del razzismo.

Eurobasket Under 20
La nazionale di Basket U20

A giugno gli italiani (non) hanno votato per i referendum, facendoli fallire. Tra questi l’unico che non si occupava del lavoro riguardava la riduzione, da 10 a 5 anni, dei tempi per la concessione della cittadinanza italiana agli stranieri che ha riscosso meno consensi anche tra i pochi che sono andati a votare.

Parlando con uno dei tanti italioti che hanno fatto fallire il referendum, questi mi ha detto: “Se vuoi diventare cittadino italiano devi dimostrare di condividere i nostri valori, accettare e apprezzare la nostra cultura, parlare bene l’italiano e rispettare la legge. Per tutto questo ci vogliono almeno 10 anni…”.

Gli ho ricordato che la maggior parte degli italiani non parlano correttamente l’italiano, non rispetta la legge (circa il 60%) e se per cultura intendiamo quella cosa che ha origine con l’antica Roma e attraverso i secoli è giunta fina a noi, pochissimi sanno di Seneca e Virgilio, sono in grado di distinguere tra Rinascimento e Risorgimento e non pensano che Sanguineti sia un piatto tipico della cucina abruzzese. Infine gli ho chiesto per quale motivo una persona dovrebbe ritenere la cittadinanza un premio da conquistare e non un insieme di diritti che ogni essere umano dovrebbe vedersi riconoscere per il solo fatto di vivere in un dato luogo e contribuire (attraverso il lavoro) alla vita sociale di quella comunità.

Mi piacerebbe sapere, dall’italiota di cui sopra, cosa pensa di Donte DiVincenzo, diventato italiano in poco tempo (altro che dieci anni) grazie al presidente Petrucci …un vero ‘passepartout’, capace di aprire ogni porta (parola di Gianmarco Pozzecco). Il messaggio, rigorosamente in inglese, di Donte ci dice che sicuramente non parla italiano. C’è da scommettere che non sappia neanche nulla di Dante, Petrarca e Raffaello, tanto meno possa condividere i valori italici (a proposito, quali sono?) e non ha la benché minima intenzione di vivere in Italia e rispettare la legge italiana. Inoltre essendo statunitense sicuramente pagherà fino all’ultimo centesimo di tasse e questo lo pone anni luce lontano anche dai nostri usi e costumi.

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La questione, però, a parte l’evidente forzatura dei regolamenti per poter allineare all’Europeo una star della NBA, è che, nonostante tutti gli sforzi, DiVincenzo non ha mostrato una vera volontà di giocare per l’Italia. La prova è il forfait all’ultimo per infortunio all’alluce.. si signori, all’alluce!

Prontamente è stato rimpiazzato, pensate un po’, con un altro statunitense, Darius Thompson, diventato italiano perché ha sposato un’italiana. Anche per Darius, quindi, le motivazioni addotte dall’italiota che vi dicevo all’inizio (chiariamo bene, condivise dalla stragrande maggioranza degli italiani) non valgono. Lingua, cultura, valori… tutte balle quando in gioco è la possibilità, molto remota, di poter vincere una partita all’Europeo. Il successo sportivo è la ragione massima per ogni scelta. Chapeau!

Il 20 luglio la Nazionale U20 è diventata campione d’Europa superando la Lituania. Una squadra ricca di talento con tutti i giocatori nati e cresciuti in Italia, anche se da famiglie con origini e storie diverse, come è normale che sia. Durante il loro fantastico torneo sono diventati bersaglio sui social della solita campagna razzista, la stessa che aveva messo in difficoltà Paola Egonu (pallavolo) e molti altri giovani atleti. Al termine del torneo, David Torresani ha detto: “Grazie per i commenti razzisti, ci avete dato la carica”. Perché non loro?

Si, insomma, senza tirarla per le lunghe: mi sarei aspettato di vedere qualcuno di questi ragazzi tra i convocati di Pozzecco per l’Europeo invece di andare a pescare campioni americani che non hanno alcuna vera intenzione di giocare in Italia.

A prescindere da tutte le valutazioni di carattere tecnico, mi sembra che questa storia abbia due morali.

La prima è che il basket italiano, anche a livello di nazionale, preferisce andare a prendere il ‘prodotto finito’ in giro per il mondo invece di farlo crescere in casa. Un malcostume che alla lunga ha depauperato i vivai delle nostre società sportive.

La seconda, più amara, è che in Italia il razzismo è radicato e che può essere superato solo in virtù di una ragione superiore: la vittoria sportiva. Come al tempo degli antichi romani quando i gladiatori da schiavi, se vincenti, diventavano uomini liberi.

C’è forse un valore più italiano di questo?

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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