“Donne dilettanti per regolamento”, una petizione che solleva “il problema”

Donne nello sport? Dilettanti per regolamento! è la petizione avviata su change.org da una squadra romana di rugby femminile che individua nella distinzione tra professionisti uomini e dilettanti donne un elemento di discriminazione di genere.

“Donne dilettanti per regolamento”, una petizione che solleva “il problema”

Pubblichiamo volentieri di seguito il testo completo della petizione che le giocatrici di rugby dell’All Reds Rugby Roma (il nome in questo caso dice molto) hanno pubblicato sul sito change.org (per chi non lo conoscesse, il sito dal quale si raccolgono firme per petizioni pubbliche) e che potete trovare (e firmare) all’indirizzo qui.
La petizione ha raccolto sostegni autorevoli, soprattutto di sportive donne, come nel caso di Josefa Idem, Carolina Morace, Monica Bastiani ex Azzurra del Basket e Paola Sanna, maratoneta plurimedagliata. Se si sono sentite discriminate nella loro carriera sportiva vuol dire che è vero. Basterebbe questo per essere a loro fianco.
A parte l’incipit riguardo la battaglia per l’emancipazione femminile che, per le sostenitrici, ha tre secoli quando il nostro Paese ha poco più di 150 anni di vita, bisogna rilevare che dal punto di vista legale il non aver chiarito, da parte del CONI, la differenza tra professionismo e dilettantismo dello sport di fatto ha annullato le differenze. Che se esistono e non sono solo tra uomini e donne, ma tra attività (e lavoro) normato e quello senza tutele.
Riportiamo quanto ha scritto Josefa Idem sul suo profilo FB a proposito della firma della petizione: “da donna atleta “professionista” ho fatto due figli senza mai interrompere l’attività agonistica e questo per non sperimentare sulla mia pelle il vuoto normativo per quanto riguarda la tutela del diritto di maternità delle atlete. Poi, però, il discorso è anche molto più ampio: risale a diversi mesi fa la mia richiesta di fare un’indagine conoscitiva nelle commissioni congiunte del Senato (commissione cultura, istruzione, sport, lavoro) al fine di ottenere dati e definire criticità e potenziali nell’ambito dello sport come lavoro che include quello degli atleti nello specifico e in generale tutti quei mestieri che potrebbero fare, con dignità per favore, i laureati in scienze motorie. Dal momento in cui lamentiamo tassi di disoccupazione altissimi dovremmo, finalmente, bonificare paludi come quelle dello sport e renderle fertili.
Infondo il mondo dello sport è l’esatto specchio della società italiana, in cui i dirigenti femminili sono pochi e spesso guardati con diffidenza. Solo recentemente (e per pochi mesi, visto che poi è stata commissariata) un presidente di federazione è stata una donna (FISE), ma la strada è ancora lunga, quanto quella di vedere primo ministro o presidente della Repubblica una donna. Per questo motivo, nonostante tutto, vale la pena firmare.

Gentile Giovanni Malagò, Presidente del C.O.N.I., 

La battaglia per l’eguaglianza tra i sessi nel nostro paese ha almeno tre secoli di storia: a titolo di esempio nel 1874 le donne sono state finalmente ammesse alla istruzione universitaria, nel 1919 hanno potuto esercitare tutte le professioni e ricoprire impieghi pubblici; nel 1946 hanno votato per la prima volta; nel 1963 sono state ammesse nella magistratura. E Samantha Cristoforetti ci guarda dallo spazio.

Nel 2015, a causa dei regolamenti dell’Ente che Lei rappresenta, le donne sono ancora escluse dal professionismo sportivo. Vuole il CONI rappresentare l’ultimo presidio della diseguaglianza di genere nel nostro paese?

Secondo la legge 3 marzo 1981 n. 9, lo status di “sportivo professionista” – diverso da quello di “dilettante” – è, infatti, definito dalle singole federazioni sportive nazionali, che dovrebbero osservare le direttive stabilite dal CONI. A 34 anni dall’entrata in vigore di questa legge, però, il CONI non ha ancora chiarito cosa distingue l’attività professionistica da quella dilettantistica e la mancanza di un chiarimento ha determinato una grave discriminazione, penalizzando le donne.

Molte federazioni sportive, infatti, hanno escluso esplicitamente le donne dall’area del professionismo: il caso più eclatante è quello del calcio, ma anche la pallacanestro pone molti limiti, non permettendo alle donne la partecipazione ai campionati nazionali.

La risoluzione 5 giugno 2003 del Parlamento europeo, inoltre, chiedeva agli Stati membri di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva e sollecitava gli stati membri a sopprimere nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello la distinzione fra pratiche maschili e femminili. L’Italia non si è mai adeguata a questa sollecitazione.

Questo “dilettantismo imposto” alle atlete impedisce loro di usufruire della legge 91/81 che regola i rapporti con le società, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico, ecc.

Anche le atlete italiane di cui tutti siamo orgogliosi dalla Vezzalli alla Pellegrini, dalla Kostner alla Idem, secondo i regolamenti del CONI lo fanno per “diletto”, o ancora le meravigliose giocatrici della nostra Nazionale di Rugby che quest’anno hanno raggiunto il miglior risultato di sempre nel campionato europeo noto come 6 Nazioni.

Non è quindi vero il pregiudizio per cui le donne nello sport non riescono ad arrivare ai vertici a causa delle loro «inclinazioni naturali, che le orientano verso ruoli in cui riescono meglio». Chi ha visto le donne su un campo di rugby, di calcio o su una pista, sa quanto questo sia falso.

Le donne non ci arrivano perché dei regolamenti sessisti lo impediscono. In Italia a impedirlo è il CONI.

Chiediamo quindi che il CONI fornisca subito indicazioni e regolamenti che rispettano i principi (già costituzionali) di pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso al professionismo sportivo.

Siamo le giocatrici della femminile degli “All  Reds  Rugby  Roma”  una squadra che  promuove  lo sport  popolare  come  momento  di  aggregazione  fondato sull’antifascismo,  antirazzismo  ed  antisessismo  perché crede   che   sport   e   società,   sport   e   cultura,   siano componenti  indissociabili  della  nostra  vita.  Nata dieci anni fa, ha consolidato la sua esperienza sportiva sui principi dell’autogestione e l’autodeterminazione.

Chiediamo che il Coni metta fine alla diseguaglianza: Pari diritti per uomini e donne nello sport e nel professionismo sportivo!”

One Response to "“Donne dilettanti per regolamento”, una petizione che solleva “il problema”"

  1. Sonia  10 Maggio 2015 at 16:12

    è una petizione giustissima, è ora che anche l’Italia si adegui!

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