CiclismoDrege muore in bici: il ciclismo si ferma

Drege muore in bici: il ciclismo si ferma

Il Giro D’Austria si chiude con la classifica alla tappa di ieri. L’organizzazione della corsa ha infatti deciso di non disputare l’ultima frazione per rispetto e in memoria di André Drege, morto durante la quarta tappa dopo essere finito fuori strada nella lunga e difficile discesa del Grossglockner a Heiligenblut.

Un volo tragico. Il giovane norvegese, 25 anni del team Coop-Repsol, è stato subito soccorso e trasportato in elicottero all’ospedale di Innsbruck ma la ferite riportate non gli hanno lasciato scampo.

Sport24h su Telegram
Entra nel canale ufficiale
Notizie essenziali, risultati in tempo reale e analisi selezionate. Niente spam. Solo sport.
Iscriviti al canale

Dopo Gino Mader un altro lutto per il ciclismo che si ferma. Si ferma il Giro dell’Austria e si ferma anche il Tour che oggi, prima del via della nona tappa, dedica al norvegese un minuto di silenzio.

Quando muore un atleta ti si stringe il cuore. Ti si chiude lo stomaco perchè venticinque sono l’età dei sogni e uno non ci pensa proprio a morire. E ogni volta che lo sport si lista a lutto si apre il dibattito sui rischi, sui pericoli, sui perchè.

Il tema del giorno diventa giustamente la pericolosità delle corse in bici, se muore un centauro la pericolosità del motomondiale e così via. Sacrosanto discutere di sicurezza. Se così non fosse stato in tutti questi anni probabilmente conteremmo più vittime perchè i circuiti sono diventati più sicuri e le corse in bici anche, tanto per restare ai due esempi di prima. Poi però c’è tutto un altro discorso da fare. Si muore nello sport così come si muore attraversando una strada, facendo un giro in moto la domenica o pedalando in una città. E’ il rischio che c’è in ogni cosa che facciamo, è la fatalità, legata  al destino. Solo che quando si muore mentre si sta correndo, mentre si sta pedalando o sciando in una gara di coppa del mondo lo shock è terribile.

Lo shock della morte di un atleta è terribile perchè non te l’aspetti, non la metti in conto in una situazione che è sempre esattamente il contrario e cioè l’esaltazione della vita, della gioia, del benessere condensato in un gesto fisico. L’emozione è profonda e amplifica il sentimento di smarrimento e di paura che va al di là di ogni logica e soprattutto dei numeri. E che fa sembrare la morte di uno sportivo più frequente di  quello che è. Invece per fortuna di  sport si muore poco.

Resta il disagio di raccontare una tragedia. Perché di ciò ogni volta si tratta. E allora non rimane che aggrapparsi all’illusione che quando capita sia il destino a volerlo. Volare via facendo ciò che si amava di più. Forse è un consolazione, ma è tutto ciò che  abbiamo…

LEGGI ANCHE

Antonio Ruzzo
Antonio Ruzzo
Sposato, con tre figli, giornalista professionista dal 1995. Il mestiere mi ha portato per anni a raccontare storie di nera e di morti ammazzati, la vita a inseguire sogni e passioni in bicicletta. Triatleta (scarso) da anni racconto quotidianamente lo sport nel blog “Vado di corsa” sul sito di un quotidiano nazionale. Ho un debole per chi non vince mai, per chi sa che il traguardo è lontanissimo ma non molla e per chi impazzisce per il profumo dell'olio canforato.

Calendario sportivo 2026

Ultimi articoli

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui