La notizia era nell’aria da tempo, ma è sempre difficile abituarsi all’idea che un’icona come Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, se ne sia andato per sempre. Per questo il cordoglio, in questo mesto 29 dicembre 2022, è unanime nel mondo. Scompare con lui un pezzo consistente dello sport del ‘900.
Se dovessi dare ascolto a mio papà (anche lui ormai scomparso, era il luglio del 2021) con Pelé se ne va il più forte calciatore di tutti i tempi. Incredibili i suoi record, due su tutti: è stato l’unico ad aver vinto tre mondiali (e lo ha fatto da eterno e sublime protagonista), la FIFA gli riconosce di aver segnato 1281 goal in 1363 partite.
Le istituzioni sportive negli ultimi anni gli hanno inoltre tributato riconoscimenti unici e mai concessi ad altri: nel 1999 il CIO l’ha nominato Sportivo del secolo, nel 2000 la FIFA ha aggiunto il titolo di Calciatore del secolo. Nel 2011 è stato nominato ‘Patrimonio storico sportivo dell’umanità del Brasile’. Non possono esserci dubbi sulla sua grandezza.
Torniamo al mio papà e alle dispute con il sottoscritto su chi sia stato il più grande calciatore di sempre. Per la generazione prima della mia è stato indubbiamente la ‘Perla Nera’. Per noi ‘boomers’, invece, il Pibe de Oro – Diego Armando Maradona non ha paragoni. E qui, proprio nel confronto tra i due, che nascono i problemi. Non tanto e non solo per quello che entrambi sono riusciti a fare sui campi da gioco e sull’impronta (indelebile) che hanno lasciato nella storia del calcio. Quanto piuttosto in quello che hanno significato nella storia sociale e culturale del ‘900.
Pelé e Maradona, il Santo e il Diavolo. Tanto buono, ben accettato dal sistema, addirittura integrato con esso, il primo; tanto odiato ed avversato il secondo. E se Pelé è stato, con il presidente Cardoso, anche Ministro dello Sport in un governo conservatore e immobile, il Pibe è volato da Castro e da Chávez, facendosi paladino, anche fuori dal campo, degli ultimi. Se Pelé parlava a favore di uno stile di vita sano ed equilibrato, Maradona ricordava a tutti i suoi successi nonostante una vita ricca di eccessi. Eppure entrambi sono stati figli di quel sud America povero e disilluso, nel quale il pallone ha rappresentato un elemento di rivalsa per intere generazioni. Entrambi poveri di nascita. Uno brasiliano, l’altro argentino: impossibile che si mettessero d’accordo e che lo potessero fare i tifosi dell’uno e dell’altro. Ma entrambi, in qualche modo, rivoluzionari rispetto all’Occidente, non in grado di produrre campioni a loro pari (se non forse Cruyiff). Per questa loro capacità rivoluzionaria, nella quale gli ultimi sono diventati primi, rappresentano senza ombra di dubbio il ‘calcio’ nell’essenza più genuina: popolare e umile, sfrontato e imprevedibile, semplice e ricco di implicazioni. Unico e universale.
I detrattori affermano che i successi sul campo del Brasile non sono stati solo frutto del grande talento della Perla Nera, ma di un gruppo di atleti che mai, dopo di loro, ebbero la fortuna di giocare insieme contemporaneamente. La verità è, almeno secondo il sottoscritto, che altre squadre sono state altrettanto talentuose, se non di più, ma solo il Brasile aveva Pelé, in grado di volare più in alto di Burgnich nel ’70 o di segnare alla Svezia il gol della vittoria nel 1958. Non possiamo, infatti, considerare meno ricca di talento la formazione carioca che perse malamente contro l’Italia ai Mondiali del 1982, oppure l’Olanda del Profeta del Calcio (alias Cruyff), che non fu mai in grado di vincere un mondiale. Eppure a queste formazioni mancò l’uomo in grado di trascinarle nei momenti migliori, soprattutto in grado di sopportare il peso della responsabilità, come solo Diego Armando, poi, ha saputo fare (e per favore, non parlatemi di Messi, che tra questi non c’entra proprio!).
Si dice, inoltre, che suo sia stato il più bel goal segnato da essere umano nella storia di questo sport, purtroppo non immortalato da immagini ma solo raccontato dai protagonisti. Contro la Juventus nel 1959 (qui la ricostruzione al computer): solo per questo meriterebbe sempiterna gloria.
Ho un ricordo indelebile e diretto di Pelé, che affonda nella notte della mia infanzia, quando mio padre mi portò per la prima volta allo stadio Olimpico: era il 13 settembre 1975, amichevole di cartello Roma Cosmos.
Finì 3 a 1 per i giallorossi e mio papà, tifoso del Napoli, lasciò lo stadio sentenziando: ‘Quello che avete visto non è il vero Pelé’, strapazzato da Sandreani e affondato da Rocca. Io gli crebbi sulla parola, ma da quel giorni divenni della ‘Magica’. Passione che conservo ancora oggi.
Un piccolo grande merito che personalmente devo al giocatore (forse) più forte di sempre, scomparso oggi a 82 anni.

