Di Federico Roman
Quanto è difficile fare un bilancio utile di una trasferta olimpica! Mi ci son trovato nel passato tre volte da atleta (Montreal, Mosca, Barcellona), a Sydney da selezionatore-Capo Equipe, ad Atene come proprietario di cavallo ed a Rio come padre e tecnico diciamo a 300 gradi dei miei due figli.
Sei Olimpiadi viste da dentro e da angoli diversi sono una bella esperienza. E contano anche quelle non fatte che ti lasciano l’esperienza della preparazione ed il peso della delusione finale.
Seul 88 con Semy Valley, zoppo dopo l’ultimo galoppo ed Atlanta 96 dove Antonella, mia moglie, era la prima della lista per risultati conclamati fino all’ultimo, ed è rimasta a casa perché il suo cavallo Ponty, che ha dato nome alla mia barca da dove scrivo, era positivo alla piro. Fosse stata Los Angeles la città olimpica, Stato della California anziché Georgia, cambiavano le leggi sanitarie e sarebbe stata in squadra. Quindi famiglia olimpica solo a ¾.
Le tre Olimpiadi fatte in primissima persona hanno avuto un finale molto diverso tra loro.
Il nono posto individuale a Montreal, quarti di squadra, nonostante l’esclusione del cavallo di Bossi, migliore italiano in quel momento, risentito per una gran botta presa verso la fine del Cross-country. E poi la prima Olimpiade a 24 anni è sempre buona. Il podio a Mosca, diluito sul piano agonistico dall’assenza delle grandi nazioni per il boicottaggio, dopo la miglior prova di campagna della mia carriera, distaccati i padroni di casa in un test veramente difficile e faticosissimo.
Barcellona 92, col sauro Noriac: 14 km di marce, quasi 3mila metri di steeple e 7400 metri di cross. Netto agli ostacoli di steeple e cross ma con un ritardo pesante sul tempo ed una prova da dimenticare nel salto. Avevo montato Noriac divertendomi anche nei Gran Premi Italia e selezioni per Piazza di Siena, due anni prima, ma nel caldo umido del luglio in Catalogna, per la fatica e le dolenzie accumulate nella prova di campagna, Barcellona non era la nostra gara.
Su Parigi, sia pure vista da lontano, sul divano di casa o con l’auricolare e telefono in tasca mentre faccio lezione in campo (se conosci la materia puoi sfrondare meglio emozioni e dettagli di contorno), vorrei fare riferimento soprattutto ai numeri.
I numeri li leggono tutti e cercherò di aiutarvi a guardarli come avete guardato i risultati degli Europei di calcio. Con passione sufficientemente distaccata.
Voglio evitare una posizione critica a priori, utilizzata da sempre contro chi è al governo, e favorita però dall’accentramento federale dell’immagine sportiva, che dovrebbe essere riservata ai veri protagonisti, gli atleti, così come voglio sfuggire i complimenti di cortesia, – ma quanto è bella la sua bambina – anche se il padre è Fantozzi, che sarebbe cosa comoda verso gli amici ed i loro genitori dei quali incontrerò lo sguardo da vicino di nuovo a breve.
Non sono un giornalista e qui do libero sfogo a considerazioni tecniche, approfondimenti. Vivo nel mondo dello sport, sui campi di gara, cosi come vivono gli istruttori ed i cavalieri di casa mia, se do un giudizio verrò giudicato. Allora mi impegno per un bilancio serio ma possibilmente utile allo stesso tempo.
E torno al mantra di Federico Roman: se non accetti i tuoi limiti costanti, trovando sempre la scusa del giorno per metterli sotto il tappeto, non migliorerai mai. E’ quello che accade da decenni nei commenti d’ufficio (ringraziamo tutti, si sono impegnati al massimo, eravamo pronti a fare una grande Olimpiade, siamo certi che nel futuro, da domani si lavora …ecc. ecc.), che mi ricordano con la loro ripetitività quadriennale gli annunci mortuari: non importa chi sei stato davvero in vita, finita la storia si diventa comunque santi.
Commenti forse necessari sul piano istituzionale ma inutili, anzi negativi perché appannano ed in qualche modo giustificano appunto i limiti oggettivi, e di fatto impediscono una successiva analisi seccamente obbiettiva e le spesso difficili decisioni strutturali conseguenti, da mettere in atto. Voglio solo ricordare a tutti, che al rientro da Montreal, il nostro quarto posto di squadra nel Completo, fu accolto con una certa freddezza sia in ambito federale che dal parterre equestre : “niente medaglie” era la sentenza.
Ma siamo un popolo latino, e a differenza degli inglesi che dopo la delusione di Rio hanno riconosciuto la carenza di un indirizzo adeguato e l’importanza di un recupero collettivo dell’impostazione tecnica, e di conseguenza modificato radicalmente l’organigramma direttivo, noi italiani dell’oggi molto comunicato e meno pesato, facciamo fatica a dirci in faccia quello che tutti sappiamo senza litigare. E quindi, per non litigare o perdere il posto, tra complimenti reciproci, sorrisi e feroci critiche od eloquenti silenzi dietro le quinte, da troppo tempo evitiamo l’analisi utilmente seria della nostra situazione generale.
Le elezioni federali con scadenza ritmata assieme al ciclo olimpico, sono uno degli elementi che concorrono a rendere i rendiconti obbiettivi e conseguenti modifiche verso il miglioramento, cosa da cui stare lontani.
IL DRESSAGE ITALIANO
Del Dressage ho già detto e ripeto in sintesi. Dopo il “progetto Croce”, che aveva mandato alcuni cavalieri in Germania per anni a studiare, aveva coinvolto i migliori tecnici esistenti sul mercato ( Teodorescu, Schultenbaumer ed altri..), aveva fatto nascere i centri federali di Dressage a Milano e Roma, col risultato di avere per un breve periodo la squadra presente alle Olimpiadi e nelle migliori 10 del mondo, affidarsi per decenni alla sola iniziativa individuale ed alle risorse tecniche nazionali, ha creato un progressivo allontanamento dal vertice, con presenze ai Giochi Olimpici rarefatte e particolari di volta in volta.
Pia Laus aggregata con cambio di nazionalità dalla Germania e Valentina Truppa, che arrivava da risultati eccellenti negli under 21, era coordinata da cotanto padre, quell’Enzo Truppa capace di muoversi nel mondo internazionale del Dressage meglio di un delfino in mare. lo penso sia mancata all’interno della stanza dei bottoni (Consiglio, dipartimento o simili) una visione sul lungo periodo che suggerisse nuove strategie. Il risultato conseguente è il non avere per la prima volta dal 1976 nemmeno un concorrente italiano qualificato e presente in gara alle Olimpiadi della specialità.
IL SALTO OSTACOLI
Salto Ostacoli: squadra non qualificata su 20 presenti. Salvo recuperi straordinari, entrano le migliori del Mondiali ed Europei degli ultimi due anni precedenti, con un sistema che apre dei canali specifici per i vari continenti. In Europa sotto questo profilo abbiamo avuto davanti: Spagna, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Polonia, Svezia, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda e Belgio.
La presenza nella gara individuale di Emanuele Camilli, porta un raggio di sole soprattutto per il veloce percorso netto nella prova di selezione iniziale, e la disinvoltura nel superare con il suo Odense Odeveld (nella foto © FISE/Massimo Argenziano) i momenti tecnicamente più impegnativi del giorno successivo.
I tre errori commessi su ostacoli da giudicare meno severi di altri, non possono essere considerati pura sfortuna ma… in un percorso così serio ed interessante, anche alcuni big hanno trovato inattesi momenti di difficoltà.
Vedere due americani di quel livello, la Kraut e Carl Kook, sbagliare clamorosamente una distanza in maniera palese, vedere il campione mondiale Erik Von Eckermann col suo famoso King Eduard addirittura per terra, Rodrigo Pessoa già campione del Mondo a Roma 98, ritirarsi dopo aver abbattuto tre o 4 ostacoli, dimostra l’alto tenore dell’esame. Che però non era mai cattivo ed ha imposto per salire sul podio un’equitazione fine ma molto efficace allo stesso tempo. E’ stata una bella gara con tre soli percorsi netti per i medagliati su 30 partiti al percorso base.
Ci servono altri 3 o 4 Camillis per entrare nel gioco con maggiori possibilità di un certo successo, ed allo scopo dobbiamo chiederci grazie a quale meccanismo, grazie a chi ed a quale progetto Emanuele ha scalato le classifiche internazionali per arrivare a questa Olimpiade. lo non credo alle situazioni del tutto fortuite.
Germania, Svizzera ed Olanda sul podio individuale. Tre nazioni con tre cavalieri presenti nella gara per team e tutte con due o tre cavalieri nella finale individuale.
Finito il meccanismo militare del dopoguerra e spenta la presenza di proprietari appassionati che hanno sostenuto i nostri cavalieri per decenni, chiusa la scuderia federale, in Italia, nonostante la mole impressionante di denaro immesso nel circuito specie del salto ostacoli, gli innumerevoli progetti partoriti sui cavalli giovani cavalieri nomettenti circuiti di base formazione Istruttori e la normativa delle gare, rivista decine di volte ecc. ecc., non hanno prodotto un sistema sportivo che consentisse ai più talentuosi di entrare nel circuito di vertice se non espatriando.
In Italia, dove negli anni 70 Graziano Mancinelli era stato all’avanguardia nella gestione dell’attività agonistica e ricerca di cavalli idonei, l’ultimo esempio di una certa organizzazione autoctona, con base sul territorio nazionale, e capace di rimanere nel lungo periodo nel giro alto, è stata quella, ironia della storia, dell’oriundo Garcia. Sede al Gese di Bologna, sostegno non prevalentemente economico da parte di Sandro Zanini, Juan Carlos ha avuto pure l’agio di vincere due medaglie di squadra agli Europei: nel salto ostacoli e nel completo il medesimo anno, 2009. Gli aspetti personali a volte molto latini del suo approccio hanno spesso nascosto lo scheletro di un’organizzazione che ha funzionato, grazie anche ad una fitta rete di contatti fuori dai confini italiani.
In molti immagino si è commentato e giudicato anche troppo a fondo il secondo giro di Emanuele Camilli all’Olimpiade di Parigi, cercando nel dettaglio dell’interpretazione il sogno del percorso da medaglia.
Suggerisco invece, di analizzare e rivedere i grandi numeri, e con stile marxiano, o se volete alla Falcone, studiare dove finisce la massa di denaro del circuito italiano e dirottarlo a sufficienza, con precisi e mirati provvedimenti strutturali, per attrarre in Italia l’élite sportiva espatriata e dare ai cavalieri presenti sul nostro territorio l’incentivo e la possibilità di investire su un progetto di alto respiro. Questo, prima dei tecnici, pretende un Team Manager sostenuto da un’equipe di specialisti e consiglieri, che abbia caratura altissima, libertà di azione e capacità di dire dei no.
Obbiettivow 2032: 10 Camillis tra i quali poter scegliere.


NB: per chi non frequenta questo sito, lo spazio per il commento, specie su portatile, non si vede .
Io lo sposterei accanto il fine pezzo .
Complimenti Federico! Interessante ed esaustivo il tuo articolo con tanto cuore Italiano e risultati mondiali ottenuti; più ancora ritrovo tanti consigli per essere pronti e preparati alle prossime Olimpiadi.
Un caro saluto
Stefano
Veramente una precisa, puntuale e competente analisi e propositiva di impostazione futura attenta.
Bravo Federico. Ad maiora
Grazie Federico,questa è telepatia perché avevo il desiderio di ascoltare il tuo parere,la tua analisi riguardo l’evento olimpico,ho seguito tutte le “puntate “grazie ancora Fede e spero di incontrarci presto, un abbraccione. P.S. Mi piacerebbe sapere il tuo pensiero su alcune mie riflessioni, modeste tecnicamente ma che scaturiscono dal cuore di chi ama lo sport,il nostro sport e che vorrebbe rivederlo al posto che merita.
Bell’articolo. Aiuta un non competente come me (comunque affascinato dalla bellezza dell’equitazione) a conoscere tante sfaccettature di questo bellissimo sport. Emoziona, poi, leggere le esperienze in varie edizioni delle Olimpiadi, evento che la maggior parte di noi può vivere solo dal divano di casa o, al massimo, da una tribuna.
Credo che Federico Roman abbia fatto un analisi corretta e abbia messo il dito nella “piaga Italiana”.
Certo non ci si spiega perchè ai vertici delle.programmazio i ci siano ancora tecnici che hanno dimostrato di non essere
assolutamente in grado a raggiungere risultati e perchè ,
come succede in atri sport non
diano le dimissioni o non vengano sostituiti. Che le cose non
funzionino è lampante , così come
lo è la mancata progettazione e
programmazione sia a livello tecnico che economico per poter
portare le ns squadre a
competere a livello Olimpico. Abbiamo straordinarie eccellenze equestri in Italia, che potrebbero dare importanti contributi, mi chiedo come mai loro non vengono utilizzati.