Sala gremita, atmosfera formale come vuole il cerimoniere di un’università importante come il Politecnico di Milano, ma calda, come accade solo nelle occasioni più vere. E come accade spesso nel Ciclismo. Questa mattina al Politecnico di Milano si è celebrato qualcosa che partendo dalle origini chiudeva un cerchio sul futuro del ciclismo e della sua ingegneria : la Laurea magistrale ad honorem in Ingegneria Meccanica conferita a Ernesto Colnago, classe 1932, artigiano geniale e imprenditore visionario. C’erano i campioni e i grandi nomi dello sport, Bugno, Savoldelli, Saronni, Visentini, Boifava, Capello e c’erano gli amici di sempre, oltre alla Famiglia, studenti e docenti. Tutti un po’ emozionati. Lui, l’Ernesto per noi che lo conosciamo da tanti anni, sembrava davvero un ragazzino orgoglioso, giunto alla maturità più che alla laurea.
C’era la Lombardia laboriosa e creativa che Colnago ha sempre rappresentato con orgoglio e c’era idealmente il mondo del ciclismo, quello che ha pedalato su biciclette nate nella sua officina di Cambiago. Da Magni a Pogacar!
La cerimonia si è aperta con i saluti istituzionali della Rettrice Donatella Sciuto, seguiti dalla Laudatio del Professor Marco Belloli, Direttore del Dipartimento di Meccanica, che ha saputo raccontare con rigore e affetto la traiettoria di un uomo che è stato, sin da ragazzo, un ingegnere nel senso più alto: un creatore di soluzioni. Ernesto Colnago ha poi dialogato in una Lectio Magistralis viva e appassionata con Pier Bergonzi, Direttore di Sportweek, ripercorrendo tappe e intuizioni di una carriera irripetibile. Ad aprire il momento delle parole, anche alcuni minuti in esclusiva del docufilm, “i tre sarti del Re”, che va in onda questa sera su Rai Sport, curato da Franco Bortuzzo, e che lo racconta fra i tre artisti delle biciclette di Eddy Merckx.

La proclamazione ufficiale è stata preceduta dalla lettura della motivazione da parte del Professor Lorenzo Dozio, Preside della Scuola di Ingegneria Industriale e dell’Informazione. Le parole hanno delineato il profilo di un innovatore che, dalla sua prima bottega aperta nel 1954, ha saputo incidere profondamente sulla storia tecnica e sportiva della bicicletta. A lui si devono rivoluzioni come la piegatura a freddo dei foderi della forcella, i tubi a sezione stellare del telaio Master, la forcella a steli dritti, l’introduzione della fibra di carbonio e dei freni a disco nelle bici da corsa.
Ma, oltre l’ingegno, la motivazione ha posto l’accento sul valore umano e culturale della figura di Colnago: un uomo che ha dialogato alla pari con Enzo Ferrari, che ha collaborato con i grandi del ciclismo mondiale – da Eddy Merckx a Tadej Pogačar – e che ha saputo tenere insieme innovazione, eleganza e passione in un mestiere diventato arte.
Oggi, quel tredicenne che saldava tubi e sognava la velocità, è finalmente – anche formalmente – ingegner Ernesto Colnago. E forse non poteva esserci modo migliore per riconoscere ciò che, nella sostanza, è sempre stato. Per questo si è chiuso un cerchio. Anzi due. Quelli di una bicicletta Colnago.
Su Sport24h pubblichiamo il testo integrale della Laudatio del Professor Belloli: un documento prezioso, che restituisce tutta la statura tecnica, culturale e simbolica di una delle figure più amate del ciclismo e della manifattura italiana.
Ringraziamo Elena Rostan e Raffaella Turati, media relations Unit del Politecnico di Milano, per la collaborazione.

Laudatio per Ernesto Colnago
Magnifica Rettrice,
Colleghe e Colleghi,
Studentesse e Studenti,
Signore e Signori,
è per me un grande onore – e lo ammetto, anche un certo onere – tenere oggi questa laudatio in occasione del conferimento della laurea magistrale honoris causa in Ingegneria Meccanica a Ernesto Colnago.
Se mi trovo qui davanti a voi, lo devo – o meglio, lo ringrazio – al professor Francesco Braghin, Presidente del Corso di Studi in Ingegneria Meccanica, che ha voluto affidarmi questo compito, approfittando anche di una mia vecchia passione – ormai più teorica che pratica, come si può intuire dalla forma – per la bicicletta da corsa.
È comunque un compito che accolgo con gratitudine, con rispetto… e con un po’ di sana emozione. Perché parlare della storia di Ernesto Colnago significa entrare in un pezzo vivo della storia del ciclismo mondiale e dell’industria italiana.
Per prepararmi, ho voluto rileggere documenti e interviste. Tra queste, me ne è rimasta impressa una in particolare, in cui Colnago dice:
“C’è chi è nato per fare il pittore, chi per fare lo scrittore, l’artista… io sono nato per fare le biciclette. E ho cominciato a farle a 13 anni.”
Una frase semplice, diretta, eppure piena di significato: dentro ci sono il talento naturale, la vocazione precoce, la direzione netta.
Ma – come accade nei percorsi davvero straordinari – a quel talento iniziale, Colnago ha aggiunto ciò che fa la differenza: applicazione costante, curiosità instancabile, metodo rigoroso.
Ed è proprio questo l’aspetto che più vorrei sottolineare oggi per le nostre studentesse e i nostri studenti: non tutti nascono con un talento così evidente, ma tutti possono coltivare la disciplina, la dedizione e la volontà di migliorare. Il successo duraturo nasce quando il talento incontra l’impegno. E la storia di Ernesto Colnago ne è una prova concreta.
La sua storia comincia nel 1945, a 13 anni, quando inizia a saldare telai alla Gloria, storica azienda milanese. Tra scintille e metallo grezzo, scopre una vocazione che non lo lascerà mai: la precisione del gesto, la passione per la meccanica, il rispetto per il dettaglio.
Nel 1954 apre la sua officina. Non aveva investitori, business plan o presentazioni in PowerPoint, come spesso si usa oggi. Ma, come ogni vero innovatore, aveva una visione: costruire biciclette perfette. Belle, leggere, resistenti. Perfette nel senso più ingegneristico del termine: ottimizzate, evolute, funzionali.
Quando oggi pensiamo a uno startupper, immaginiamo un giovane in un garage nella Silicon Valley – o, in chiave politecnica, nei laboratori di PoliHub. Eppure, nell’Italia del dopoguerra, quel “garage” era una bottega. E i pionieri erano artigiani come Colnago, che con il loro lavoro hanno contribuito alla rinascita del sistema industriale italiano.
Colnago è stato, a tutti gli effetti, uno startupper ante litteram: ha costruito qualcosa di nuovo partendo da zero, con coraggio e competenza, portando le sue biciclette – e soprattutto le sue idee – in tutto il mondo.
Ogni bicicletta Colnago è un esempio di ingegneria meccanica applicata. Non solo nella progettazione, ma anche nell’assemblaggio, nell’integrazione dei componenti, nella cura degli aspetti biomeccanici.
A questo proposito, c’è un aneddoto che racconta bene il suo sguardo tecnico già da giovanissimo. Fiorenzo Magni, leggenda del ciclismo, ricorda un allenamento negli anni ’50 in cui, colpito da un dolore al polpaccio, si ferma. Colnago, allora poco più che un ragazzo, osserva la bici e gli dice: “Signor Magni, credo che le pedivelle non siano allineate.” Lo accompagna nella sua piccola bottega di Cambiago, sistema la pedivella… e il dolore sparisce.
Parlando di innovazione e ingegneria “buona”, Colnago è stato il primo a introdurre numerose soluzioni rivoluzionarie: la forcella piegata a freddo, i telai in titanio, l’uso pionieristico della fibra di carbonio, la forcella a foderi dritti “Precisa”. Ogni passo è stato accompagnato da ricerca, test e rigore sperimentale.
Un primo momento in cui il mondo intero ha riconosciuto il valore delle sue invenzioni è il 1972, quando Eddy Merckx stabilisce il record dell’ora a Città del Messico.
Un’impresa entrata nella leggenda, resa possibile anche da una bicicletta speciale progettata da Colnago: una “specialissima” ottimizzata in ogni dettaglio per massimizzare leggerezza, rigidità ed efficienza meccanica e aerodinamica.
Un altro esempio, a noi particolarmente caro, è legato al Politecnico di Milano.
Nel 1986, Colnago è il primo tra i costruttori di biciclette da corsa a immaginare un telaio in fibra di carbonio, materiale allora utilizzato solo nella Formula 1. Per sviluppare l’idea si rivolge a Ferrari Engineering. Enzo Ferrari approva il progetto, e nasce la Concept, una bici costruita con gli stessi materiali e metodi delle auto da corsa.
Nel 1987 entra in gioco il Politecnico di Milano, già impegnato nella ricerca sui compositi. Nasce così una collaborazione tra industria, sport e ricerca accademica, che porta alla creazione di telai sempre più avanzati e a una nuova fase dell’ingegneria ciclistica.
Colnago non si limita a innovare: vuole capire, testare, prevenire. Quando si accorge che il comportamento a fatica del carbonio è diverso da quello dei metalli, chiede al Politecnico di allestire le prime linee di prova a fatica per telai ciclistici. I dati raccolti diventano subito parte del processo progettuale.
Il punto più alto arriva nel 1996. I corridori della Mapei si presentano alla partenza della Parigi–Roubaix con biciclette Colnago in carbonio. C’è scetticismo: il pavé dell’“Inferno del Nord” è un banco di prova estremo. Ma Colnago ha alle spalle non solo esperienza, ma modellazione numerica, simulazioni, test su strada.
Risultato? Le bici non solo resistono: portano Museeuw, Bortolami e Tafi ai primi tre posti. Una tripletta storica.
Per concludere, abbiamo bisogno di una definizione.
Chi è l’ingegnere meccanico? È colui che progetta, analizza e realizza sistemi e componenti meccanici, traducendo idee in soluzioni concrete.
È un professionista che unisce la comprensione della fisica, dei materiali e dei processi produttivi per creare macchine che funzionano — e resistono.
Ernesto Colnago incarna appieno questa figura. Conferirgli la laurea magistrale honoris causa significa riconoscere il valore della conoscenza che nasce dalla pratica, della curiosità come forza trainante e del contributo straordinario che ha dato all’industria italiana, allo sport e alla società.
Grazie.

