EditorialiEroica Montalcino: un'idea che ha cambiato un territorio

Eroica Montalcino: un’idea che ha cambiato un territorio

Tra le Crete senesi, l’Eroica Montalcino non è solo una corsa: è un modo nuovo di vivere il tempo, il territorio e ritrovare se stessi.

Pedalavo ieri lungo gli sterrati dell’Eroica Montalcino e riflettevo. Personalmente la manifestazione della Val d’Orcia mi coinvolge di più rispetto a quella, originale, di Gaiole. Non vorrei stilare classifiche, per non far torto a nessuno, ma vi sono alcuni elementi che mi fanno preferire, e di gran lunga, la ‘Montalcino’.

In primavera e non in autunno, lungo le Crete senesi, quando la vite è verde, pedalando in quota tra filari di cipressi e antichi casali. Sembra di essere immersi in una poesia, tanto è ordinata, simmetrica e soave la sensazione del viaggiatore, baciato dal sole e accarezzato da un vento ancora fresco. Non ci sono paragoni, dal punto di vista di un pessimo pedalatore quale sono, rispetto al rigido e autunnale paesaggio della Gaiole. Lì il gusto dell’impresa attraverso il sapore della fatica, per parafrasare l’immaginifico Brocci, si esalta in modo quasi sublime, ma devi avere garretti allenati e amare il ciclismo eroico con forza viscerale per poterlo apprezzare. La Montalcino, invece, è una festa in società, nella quale la bellezza, che mi verrebbe da dire ‘grande’ se non fosse aggettivo abusato, è esaltata in tutte le sue componenti.

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In questo alternar di paragoni tra Montalcino e Gaiole, d’improvviso, durante i chilometri che mi portavano a Buonconvento, mi sono reso conto che l’ecosistema Eroica ha compiuto, in questi luoghi, una diversa operazione di trasformazione sociale che ha del miracoloso; un triplo salto che solo i grandi sanno fare. Mi spiego partendo da un dato di fatto: Gaiole in Chianti e Montalcino sono ormai caratterizzate dall’Eroica per tutto l’anno. Si identificano con questo stile al punto che se passeggi, in entrambe le cittadine, in un periodo lontano dai giorni dedicati all’evento, non puoi fare a meno di notare manifesti, striscioni, negozi di biciclette e bici storiche.

Se trasformare così profondamente il tessuto sociale di un paese come Gaiole non è stato molto difficile, avendo una storia poco caratterizzata dal punto di vista turistico, farlo per Montalcino è qualcosa di completamente diverso. Per capire cosa intendo basta andare qualche chilometro più in la, fino a Montepulciano. Nell’immaginario collettivo italiano, e forse anche mondiale, Montepulciano e Montalcino sono due delle capitali toscane del vino. Da una parte il Nobile, dall’altra il Brunello, in una contrapposizione che divide in base ai gusti e alle vicende storiche. Fino a 20 anni fa i due paesi, nell’ambito delle rispettive differenze, avevano, agli occhi del visitatore, un impianto comune: cantine e negozi vocati alla somministrazione e vendita di buon cibo e ancor più buon vino.

Poi è arrivata l’Eroica a Montalcino e Montalcino ha cambiato pelle. Accade, sempre più spesso, che in Italia e all’estero il centro sia riconosciuto per la manifestazione sportiva. Non è una cosa banale, perché un brand forte come il buon vino di questi posti difficilmente può essere spostato e riposizionato in altra accezione. Invece sta accadendo. Montepulciano è rimasto il centro del vino, dei salumi e del bravìo mentre Montalcino è diventato altro. Più vivo, più moderno, più vario… più bello.

Pedalavo, ieri, tra Montalcino e Buonconvento, insieme a tanti altri ‘eroici’. In senso contrario altrettante persone pedalavano, da Grosseto verso Montalcino, poi Pienza e chissà dove. Un flusso continuo di ciclisti, chi in MTB, chi in ebike, chi in muscolare. E poi pellegrini con zaino sulle spalle, lungo la Francigena. Le strade bianche, e non solo, invase da persone che mi sembravano belle e sorridenti, forse per la giornata di sole o forse solo perché immersi in una poesia senza tempo. Il territorio della Val d’Orcia è trasformato in una grande ciclabile nella quale l’uomo è protagonista: la bicicletta, come il Brunello e i filari sono un accessorio che completa il tutto.

Una grande operazione di trasformazione sociale, appunto, resa possibile ‘solo’ grazie all’intuizione di un uomo che da Gaiole ha lanciato una idea: invece di costruire strade per andare più veloci, rimoduliamo la nostra vita sulla velocità permessa da quelle esistenti. Così facendo stiamo meglio tutti, l’ambiente, il mondo e soprattutto noi stessi.

Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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