Mar, 10 Febbraio 2026
EditorialiEssere italiani, oltre lo sport: il caso Sinner e i nostri pregiudizi

Essere italiani, oltre lo sport: il caso Sinner e i nostri pregiudizi

Sinner

Lo dichiaro subito, in modo che non possano essere fraintese le mie parole: sono un tifoso di Jannik Sinner. Apprezzo il suo modo di essere, la sua etica del lavoro, la correttezza in partita, il buonismo quasi esasperato, l’attenzione ai particolari. Apprezzo, per quanto ne so leggendo i giornali e le corrispondenze della nostra Serena Sartini, anche la sua famiglia, le scelte di vita che hanno fatto, l’abilità culinaria del padre (cucinare per i figli lo considero uno dei più sinceri gesti d’amore, vuol dire impegno e attenzione ai bisogni). Insomma, sono tanti i motivi per cui mi diverto a tifare per Sinner. L’ultimo, sicuramente il meno importante, è perché italiano. Pertanto questa polemica sul suo essere o meno italiano mi lascia perplesso e un po’ mi fa tristezza.

Cosa vuol dire essere italiano? Se la risposta è parlare la nostra lingua, mi chiedo cosa pensare dei nostri tanti dialetti, spesso completamente incomprensibili. No, non credo che nessuno seriamente possa ritenere che parlare un dialetto del luogo in cui si è nati automaticamente ti tolga la nazionalità.

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E’ stato detto (e scritto) che quelli che noi continuiamo a chiamare altoatesini (ma che loro preferiscono definirsi sudtirolesi) sono austriaci. E’ vero. Abbiamo fatto una guerra (la Grande Guerra) per prenderceli. Poi, nel ventennio che tanto piace a molti di quelli che criticano Sinner, abbiamo provato a cancellare l’origine tirolese, imponendo lingua e abiure. Insomma se l’Italia ci teneva tanto a quelle terre, perché adesso i loro figli non li vuole riconoscere come fratelli?

Lasciando da parte un attimo l’aspetto sportivo, chiedo: cosa tiene insieme questo nostro Paese? Quali sono i valori specifici e in qualche modo distintivi del popolo italiano rispetto agli altri in grado di farci dire “noi diversi da voi”? Quando pongo questa domanda al razzista di turno che tuona contro gli immigrati urlando ‘prima gli italiani’ non ricevo risposte, a parte l’identità di lingua e l’essere nato in Italia. Cose che, riguardo a Sinner, si verificano in entrambi i casi.

E’ stato ripetuto, “ma non paga le tasse in Italia”. Se questa è la discriminante, bene allora di italiani nel nostro Paese ne possiamo trovare veramente pochi, visto che deteniamo il record mondiale di evasione fiscale. Anzi, se ci pensate bene, possiamo dire che prendere la residenza all’estero per pagare meno tasse è forse la cosa più italiana di Sinner, che lo rende uguale e lo mette sullo stesso piano della maggior parte degli abitanti del nostro paese.

La verità, in tutta questa storia, è che per il popolo italiano l’identità nazionale si manifesta solo nello sport. Vestire la maglia azzurra ti fa automaticamente italiano, non vestirla (o rifiutarla) straniero. Che questa equazione la faccia la massa, infarcita di un nazionalismo di bassa lega, passi. Ma che si allineino anche giornalisti, apparentemente di un altro livello, fa sorridere. Forse è questa la nuova egemonia culturale che il governo va cercando.

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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