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Fabrizio Tellarini, da Canottieri Milano all’Atlantico in solitaria con Talìa, la sua barca-delfino

Ha un’energia sorridente negli occhi Fabrizio e la dolcezza della sua speciale barca, di quei tipi che non stanno mai fermi. Con naturalezza però. Ti guarda e sembra già un po’ più in là, oltre la stanza, oltre la serata, oltre perfino il Naviglio. Fabrizio Tellarini è così. In Canottieri Milano, durante un incontro letterario legato a Invictus, è arrivato con quella sua aria serena e insieme accesa, da uomo che sa raccontare una sfida come se non la fosse affatto. Come se fosse il disegno di casa sua. Un po’ è così la sua Talìa. la sua barca. Potresti perfino pensare che sia un tipo strano, nel senso migliore del termine. Perché non è comune ciò che fa e non è comune soprattutto il modo in cui lo fa. Di atleti estremi ne hai incontrati… pensi a Dean Karnazes, the ultramarathon man, pensi anche di recente all’estremo freddo delle discese spericolate di Federico Colli e prima ancora Messner con il racconto dei suoi Ottomila… Pensi alla donna più avventurosa e affascinante nella sua semplicità che gira mondo e montagne, cime, per lo più in solitaria, la meravigliosa Eloise Barbieri… fra le renne! Ma lui, questo Tellarini, ha qualcosa in più: una leggerezza profonda, una calma viva, quasi divertita, che ti fa capire subito due cose. La prima: niente lo ferma. La seconda: si diverte davvero un mondo.

Il suo mondo è fatto soprattutto di acqua, di remi, di solitudine, di testa da allenare e da concentrare. E anche di una disciplina mentale che spiazza. Nella piacevole serata fra pizza e birra alla Canottieri Milano, Tellarini spiega anche questo: che dormire, in certe condizioni estreme, diventa quasi un di più. Che si può imparare a gestire il riposo con la mente, con una meditazione che va molto oltre il “tuo normale”, fino a sostituire ore di sonno, soprattutto evitando quello mal fatto. Roba da ascoltare e rimanere lì, sospesi tra stupore e curiosità. Roba da farti venire voglia, almeno per un attimo, di nasconderti da qualche parte sulla sua barca e partire con lui.

La barca si chiama Talìa ed è già un racconto. Il nome scelto da Tellarini viene dal verbo siciliano taliari, che significa guardare, osservare, ammirare. Un guardare profondo, attento, stupito. A te, in realtà, Talìa, evoca più che il nome di una barca, quello di un vento. Oppure di una stella buona. Di sicuro ha qualcosa di dolce anche nella forma, quasi da delfino, di profilo, sì, pur essendo costruita per affrontare una delle prove più dure che il mare possa proporre.

UN’OCEANICA SFIDA IN SOLITARIA

Talìa è arrivata in anteprima nel cortile della Canottieri Milano, in Alzaia Naviglio Grande 260, dove resterà visibile fino al 30 aprile. È l’imbarcazione con cui Fabrizio Tellarini prenderà parte alla Atlantic Rowing Race, presentata come World’s Toughest Row, una traversata oceanica che da Gomera, in Spagna, porta fino ad Antigua, nel Centro America. In tutto sono 3.000 miglia marine, oltre 5.500 chilometri, nel cuore dell’Atlantico.

Prodotta nei cantieri olandesi di Ocean Rowing Company, Talìa è una barca a remi in puro carbonio lunga 7,44 metri. Pesa 200 chilogrammi da vuota, ma arriverà a sfiorare i 400 al momento della partenza con equipaggiamento e viveri. È un mezzo concepito per resistere, ma anche per isolare, proteggere, accompagnare. A bordo trovano posto pannelli solari, batterie, impianto di desalinizzazione, cabine stagne a prua e a poppa per le brevi pause di sonno, deriva mobile e strumenti per comunicare in mezzo all’oceano. Una sintesi estrema di essenzialità e tecnologia, pensata per una navigazione stimata in circa 50 giorni.

All’edizione 2026 risultano iscritti 43 equipaggi provenienti da tutto il mondo, con imbarcazioni da uno a cinque rematori. Tellarini, classe 1959, socio della Canottieri Milano da anni, partirà da solo. Ingegnere di professione, appassionato di canottaggio ma anche di sci alpinismo, vela e corsa sulle lunghe distanze, non è nuovo alle imprese estreme in solitario. Ha già partecipato due volte, nel 1996 e nel 2000, alla regata velica da Plymouth a Newport, attraverso l’Atlantico.

«Voglio coniugare la mia passione per il mare con quella per il canottaggio», ha spiegato Tellarini. «Avrei fatto volentieri la Atlantic Race con altri amici di Canottieri Milano, ma abbiamo sperimentato che l’allenamento all’Atlantico richiede troppo tempo».

LA CANOTTIERI MILANO E IL CORAGGIO DI UN NUOVO CAPITOLO

La sua impresa è anche un capitolo speciale per la Canottieri Milano, realtà che in 136 anni di storia ha formato campioni mondiali e olimpici nel più classico degli sport del remo. In questa sfida estrema, individuale e oceanica, il club ritrova però intatto il proprio dna. Il presidente Stefano Rossi lo ha detto con chiarezza: «Quando Fabrizio ci ha raccontato la sua sfida ho subito pensato che il suo spirito interpreta perfettamente quello della Canottieri Milano e di tutti i suoi soci e i suoi atleti che dal 1890 portano con fierezza i colori sociali. Fabrizio li porterà in solitaria a remi attraverso l’Atlantico fedele al nostro motto Volenti nihil difficile».

È proprio qui che la storia personale di Tellarini si salda a una dimensione collettiva. Perché la sua non è soltanto un’avventura individuale, ma anche una storia da seguire e sostenere. È già partita infatti una raccolta fondi promossa dalla Canottieri Milano (qui per partecipare) per sostenere economicamente l’iniziativa, necessaria a mettere davvero in mare questo “delfino” pieno di coraggio e entusiasmo.

Dopo la sosta milanese, Talìa lascerà la Canottieri Milano il primo maggio per raggiungere Marina di Pisa. Da lì inizieranno cinque mesi di allenamento nel Mar Tirreno, costeggiando l’arcipelago toscano con puntate in Corsica e Sardegna, fino agli ultimi giorni di settembre. All’inizio di ottobre la barca sarà riportata in Olanda per la messa a punto definitiva, poi trasferita a Gomera il 29 novembre in vista della partenza fissata per il 12 dicembre.

A quel punto non resterà che seguirla. E fare il tifo. Perché in fondo storie così hanno ancora il potere raro di sorprenderti: un uomo, due remi, una barca che sembra un delfino, l’oceano davanti e una serenità ostinata sul volto. Un pezzo autentico di sport d’avventura che continua a ricordarti quanto la fatica, quando entra nella testa e nelle braccia giuste, possa trasformarsi in qualcosa di straordinariamente umano. O umanamente animale, come un delfino…

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Luciana Rota
Luciana Rota
Cresciuta alla scuola del giornalismo della gavetta, quella dei Rota nello sport, con papà Franco (firma de La Notte) e con zio Nino (firma de La Gazzetta dello Sport) è contributor di diverse testate e scrive soprattutto di sport di endurance, turismo attivo, vino, salute e anche di benessere. Ha maturato una lunga esperienza nel mondo dello sport olimpico, anche come consulente di alcune Federazioni (Federciclismo, Federazione Italiana Sport Equestri), ma ha seguito anche Pugilato, Sci Nautico, Triathlon e Scherma. Ama tutto il mondo dello sport all’aria aperta e la cultura della fatica, anche quella che ci porta a guardare con rispetto alla montagna. Ha una vera passione per la storia dello sport e del ciclismo in particolare.

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