Lun, 16 Febbraio 2026
CiclismoFilippo Conca tricolore normalmente speciale al Ghisallo

Filippo Conca tricolore normalmente speciale al Ghisallo

Questa che vi stiamo per raccontare è una storia in bianco e nero ma contemporanea. Una storia moderna ma anche antica per i suoi valori senza tempo. La storia di una maglia tricolore che arriva in un tempio del ciclismo. Al Museo del Ghisallo.

Filippo Conca ha conquistato quest’anno il titolo di campione italiano di ciclismo su strada, battendo i “suoi” avversari professionisti nella prova tricolore in linea. E ha raccontato una nuova storia “speciale” del ciclismo italiano. Un successo che ha scritto una pagina contemporanea del pedale nazionale e della sua squadra “amatoriale”, l’ormai celebre Swatt Club.

La sua è una storia di ciclismo che va raccontata con calma e con passione, anche attraverso la voce e la visione di questo campione italiano giovane e promettente che si definisce “normale”: una storia che normale non è poiché è finita già in un museo, degna di un museo come quello del Ghisallo di Magreglio. Lassù, sopra Bellagio. 

Filippo Conca non immaginava di riuscire un giorno nell’impresa di regalare una maglia tricolore che va ad arricchire la collezione “mitica” della Casa dei Ciclisti, il Museo fondato 20 anni fa da Fiorenzo Magni, il Leone delle Fiandre, fiorentino adottato in Brianza, legato al Santuario sul Passo del Ghisallo. Il prossimo anno si festeggia per il Museo gestito dalla Fondazione e presieduto da Antonio Molteni, un importante traguardo, quello dei 20 anni del Museo, che ha aperto questa stagione museale con l’esposizione delle tre maglie e delle tre Colnago speciali della tripletta di Pogacar (Giro, Tour, Mondiale). Nel segno distintivo di una esposizione che non si ferma al passato ma guarda sempre avanti.

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Sabato 25 ottobre, pochi giorni prima della chiusura invernale del Museo, che riaprirà il primo di marzo 2026, alle ore 11:30 Filippo Conca è atteso al Museo per un gran finale in tricolore. Che è anche orgoglio italiano del ciclismo e di queste strade lombarde. Il campione di Lecco ci ha concesso un po’ del suo tempo per preparare questo evento spontaneo e carico di significato. Lo condividiamo qui in una intervista che sarà anche uno dei podcast del Museo del Ghisallo (sui social ufficiali del museo) pronto ad affrontare la stagione nuova con una serie di iniziative anche digitali per promuovere i suoi contenuti anche ai giovani. 

A tu per tu con Filippo Conca

Ci godiamo intanto questo finale di stagione con Filippo Conca Tricolore. Ecco l’intervista.

Si pensa spesso che il ciclismo contemporaneo – che tu rappresenti con questa maglia tricolore – sia un po’ distante dalla storia e dalla memoria del ciclismo. Invece, scopriamo che molti corridori come te, in modo molto spontaneo, amano frequentare il museo, il santuario o altri luoghi della memoria. Cosa ne pensi?
Frequento il museo del Ghisallo da quando ero piccolo, l’ho visitato più volte, mi ha sempre entusiasmato come mi interessa la storia del ciclismo, anzi, sono sincero, mi piace di più il ciclismo antico di quello moderno. Arrivo fino agli anni 2010, mi sembra che dopo abbia perso un po’ di spontaneità. Ovviamente è anche giusto che tutto vada avanti e questo vale in generale generale un po ‘ per tutti gli sport, però abbiamo perso qualcosa. Oggi è tutto calcolato, tutto scientifico, quindi sicuramente quella parte del ciclismo eroico viene a meno. 

Il ciclismo è popolato da ere storiche caratterizzate dai campioni, quali sono i tuoi riferimenti?
Sono nato nel ‘98, quindi non l’ho vissuto appieno, ma diciamo che il ciclista che mi ha di più affascinato è stato ovviamente Marco Pantani, ma anche perché, quando ero piccolo, mio padre comprava tutti i dvd e in casa si vedevano i vari documentari sulle vittorie sulla carriera di Pantani. Li ho rivisti tantissime volte, questo sì, però se mi devo ispirare scelgo i corridori non proprio vincenti, intendo dire non i campionissimi, preferisco i campioni outsider, quelli che ogni tanto vivono la giornata super. Li vedo più alla mia portata, più simili. Più rappresentativi di quello che potrei essere. Corridori come Jens Voigt, Thomas De Gendt, questo tipo di corridori mi ha sempre affascinato di più rispetto ad altri fuoriclasse.

Parli di campioni normali. La tua maglia di campione italiano che arriva al Museo non è così normale: è un po’ più speciale di tante altre, perché ha dietro una storia e il ciclismo è è pieno di storie da raccontare, la tua è molto particolare. Se te ne rendi conto, ne sei orgoglioso?
Sì, sono super orgoglioso, sicuramente non mi sarei mai aspettato questo momento. Sono un buon corridore, ma so benissimo di non essere un campione “super forte”, quindi non mi sarei mai immaginato di arrivare un giorno a donare ad un museo come il Ghisallo, la maglia. E tutte queste cose mi sembrano strane… Da atleta buono ma normale. lo ripeto, sono molto orgoglioso per la vittoria del campionato italiano, più che altro perché, al contrario della maggior parte delle persone, io non mi appassiono troppo per magari per il campione che vince tutto, ma seguo molto le vicende degli outsider, i corridori e gli sportivi in generale, che fanno un’impresa e proprio per questo motivo, sono stato davvero contento di aver vissuto un’emozione incredibile al campionato italiano. Perché poi nello sport oggi è tutto relativo, magari per un corridore super forte vincere il campionato italiano in quella maniera è una cosa normale, perché alla fine la interpreta come una corsa come un’altra. Nella mia situazione, invece, è stata un’emozione indescrivibile che probabilmente non riproverò mai più in vita mia e vedere tantissime persone emozionate come me per questa vittoria mi ha fatto davvero piacere, perché mi ha fatto capire che appunto le persone non si appassionano e vivono solo attraverso i successi dei campionissimi, di quelli che vincono tutto, ma appunto, riescono ad apprezzare un successo straordinario di una persona normale.

Diciamo che tu metti in campo una normalità speciale, oggi, da corridore che fa tutta quella fatica, la stessa del ciclismo storico. La fatica non cambia mai, ci pare almeno, cosa dici tu in proposito?
Io ho fame di vincere, lo voglio dire, ma sono anche sono una persona abbastanza oggettiva, consapevole di essere un buon atleta, un buon corridore, ma non sono un campione (forse si dimentica per un attimo di quella maglia tricolore, ndr). Quanto alla fatica, il mio rapporto dipende molto da quando sto sto bene, da quando tutto mi viene abbastanza facile, e allora sì: mi piace. Mi piace faticare, mi piace soffrire perché è un soffrire “fattibile”. Quando magari capita il periodo no, è tutto in salita. Sono un atleta che a cui non piacciono le cose semplici, quindi tra infortuni, malattie, problemi dovuti a stop forzati, come anche quest’anno, beh mi piace meno. Quest’anno, che è stato il mio anno migliore, ho dovuto superare tante peripezie. Non è facile riprendere dopo un infortunio o dopo l’ennesimo COVID, a quel punto la fatica la senti moltiplicata per quattro volte, senti che il corpo non come vorresti ed è tutto più difficile. Alla fine non è solo una questione di testa, perché alla testa arrivano i segnali dal corpo e anche quando riprendi e vorresti spaccare il mondo, recuperare il prima possibile, il corpo ti dice che non è pronto.

Si parla tanto di crisi del ciclismo agonistico italiano. E’ davvero in crisi? Come si esce da questo impasse?
Penso che la risposta sia semplice: oggi ci sono cinque o sei super corridori e un campionissimo, che è Pogačar, il quale fa quello che vuole. Ma, a parte lui, ci sono 5 o 6 super corridori e questi alla fine monopolizzano tutto. Noi italiani, sicuramente, non abbiamo un corridore neanche fra i primi dieci top, se lo avessimo, sarebbe diverso. Uno come Nibali, per 10/15 anni, allora sentiremmo meno questo gap o questa crisi – diciamo così – del ciclismo italiano. A livello medio, il ciclismo italiano conta tanti buoni e forti corridori, ci manca il corridore tra i top e per questo si percepisce la crisi: una crisi per la top ten, a mio avviso, ma non per il ciclismo medio. Non siamo diversi da altre Nazioni. Mancano uno o due nomi che alla fine ci facciano considerare una nazionale importante. La base c’è. 

Il futuro di Filippo Conca? 
Ho firmato un contratto con la Jayko Alula e il mio futuro è lì fino al 2027. L’anno prossimo, se tutto va come deve andare, finalmente, riuscirò a esordire a Giro d’Italia. È una cosa che aspetto fin da quando sono bambino. lo dovevo correre nel 2022. Quando ero nella squadra belga,  la Lotto Soudal, ma ho preso il COVID due settimane prima e l’ho dovuto saltare. Ecco: per tanti, magari, partecipare al Giro è una cosa normale. C’è gente che fa anche 10 Giri d’Italia in carriera come se nulla fosse… Per me sarà una cosa speciale, sarà soprattutto speciale poter correre il Giro d’Italia, con la maglia di campione italiano. Un sogno che si avvera e oltre a partecipare sogno di vincere una tappa, quindi lavorerò per quello, il mio obiettivo 2026. 

E noi appassionati di ciclismo –  non solo italiani – noi sulle strade del Giro d’Italia, faremo il tifo per questo ragazzo, Filippo Conca che è speciale, un corridore contemporaneo, campione su strada che interpreta il ciclismo alla maniera dei campioni di una volta, campioni da museo che ci piacciono un sacco.

Profilo di un campione tricolore

Signore e signori, questo è invece è proprio un Campione ed è il Campione Italiano di ciclismo su strada 2025 che correrà con il tricolore la stagione 2026 per il team internazionale Jayco AlUla! Sabato 25 ottobre, alle ore 11:30 al Museo del Ghisallo con la sua bici celebrativa della vittoria, una Giant Propel Advanced SL con livrea Italiana dedicata alla vittoria del campionato italiano (stesso modello).

Filippo Conca (Lecco, 22 settembre 1998) è un ciclista su strada italiano. Dopo gli esordi nella categoria Under 23 con la Biesse Arvedi, nel 2021 è passato al WorldTour con la Lotto Soudal, dove ha esordito tra i professionisti conquistando la maglia degli scalatori al Tour de la Provence. Successivamente ha corso con la Q36.5 Pro Cycling Team, distinguendosi come corridore completo, capace di adattarsi a percorsi misti e di lavorare per la squadra. Nel 2025, correndo con la formazione amatoriale Swatt Club, ha firmato una delle imprese più sorprendenti della stagione vincendo il titolo di Campione Italiano Elite su strada, battendo corridori professionisti. Dopo il titolo tricolore, è stato ingaggiato dal Team Jayco AlUla, formazione WorldTour australiana (fino al 2027), con cui ha ripreso la carriera professionistica internazionale. 

Foto servizio Club Swatt

Luciana Rota
Luciana Rota
Cresciuta alla scuola del giornalismo della gavetta, quella dei Rota nello sport, con papà Franco (firma de La Notte) e con zio Nino (firma de La Gazzetta dello Sport) è contributor di diverse testate e scrive soprattutto di sport di endurance, turismo attivo, vino, salute e anche di benessere. Ha maturato una lunga esperienza nel mondo dello sport olimpico, anche come consulente di alcune Federazioni (Federciclismo, Federazione Italiana Sport Equestri), ma ha seguito anche Pugilato, Sci Nautico, Triathlon e Scherma. Ama tutto il mondo dello sport all’aria aperta e la cultura della fatica, anche quella che ci porta a guardare con rispetto alla montagna. Ha una vera passione per la storia dello sport e del ciclismo in particolare.

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