Finale di Europa League, il peccato di presunzione del Bayern Leverkusen

Gli indiscutibili meriti della Dea non bastano a spiegare un tonfo che, in modo superficiale, appariva impossibile della formazione di Xabi Alonso.

L’Atalanta schianta il Bayern Leverkusen e vince la finale di Europa League. I commenti di queste ore raccontano i motivi dell’impresa dei ragazzi di Gasperini: la pressione alta, una condizione atletica prodigiosa per questo periodo della stagione, l’organizzazione di gioco, l’organizzazione della società, i bilanci in ordine… Insomma, di tutto, di più.

Personalmente ho pronosticato l’Atalanta vincente già dal fischio finale della semifinale di ritorno del Bayern contro la Roma. Contro il parere di tutti che, ammaliati dalla ‘squadra che non perde mai‘, pensavano potesse fare un solo boccone anche della Dea, peraltro uscita malconcia dalla finale di Coppa Italia.

Chi pensava questo, però, dimostrava scarsa conoscenza delle cose sportive, ancorché una apparente infarinatura di cose di calcio. Ma, come ha sempre detto José Mourinho: “chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio“.

Tra questi ‘sapienti ignoranti’, già dalla semifinale di ritorno pareggiata con la Roma, metto Xabi Alonso. Vi spiego perché e perché sono sempre stato sicuro che le Aspirine si sarebbero sciolte nella Finale. Aldilà dei meriti reali dell’Atalanta.

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Nello sport i record di imbattibilità sono belli ma fine a loro stessi e rappresentano un peso che, con il passare del tempo, assorbe energie e risorse. L’epilogo della semifinale con la Roma ne è la dimostrazione. Frimpong e compagni, invece di incassare la sconfitta indolore che avrebbe avuto diversi effetti benefici ai fini del prosieguo del torneo, hanno trovato il goal del pareggio allo scadere che ha illuso il gruppo su una apparente invicibilità.

Se, con il senno di poi, chiedessimo adesso a Xabi Alonso cosa avrebbe preferito tra allungare la striscia di imbattibilità e l’Europa League, siamo certi della risposta. Il problema è che ci doveva pensare prima. E qui entra la storia dello sport in generale. Difficilmente, molto difficilmente, una squadra termina un torneo, qualsiasi esso sia, da imbattuta. Meno che mai se alle prese con un record di imbattibilità che arriva da prima.

Allenatori di uomini e non solo di atleti hanno sempre permesso alle loro formazioni di allentare un momento e concedersi una distrazione. Mi viene in mente Velasco con la pallavolo che, ai tempi d’oro, raramente finiva un campionato del mondo da imbattuto. Guarda caso arrivava sempre la sconfitta, inutile ai fini dell’economia complessiva del torneo, ma molto utile per riportare i giocatori sulla terra, fargli capire che esistono anche gli avversari, smontare quell’alone di invincibilità che è più pericoloso di un qualsiasi Gasperini & Co.

Il Bayern in queste settimane, a cominciare dalla partita di fatto persa con la Roma (perché senza l’insensato e assurdo pressing finale della squadra di De Rossi, alla ricerca di un terzo goal che avrebbe solo allungato la gara ai supplementari, la partita finiva sul 1-2) doveva perdere in diverse occasioni. Ha sempre riacciuffato le partite agli ultimi secondi, illudendosi, in questo modo di essere invincibile. Ma dal punto di vista tecnico e psicologico le cose stavano diversamente.

Dal punto di vista tecnico, la ‘macchina Bayern’ era attaccabile e battibile. L’aveva dimostrato la Roma, che viaggiava sul 2 a 0 in casa loro fino all’80°, e lo ha dimostrato, ancora meglio, l’Atalanta. Dal punto di vista psicologico il peso dell’imbattibilità si è mischiato con l’arroganza, come si è visto nella semifinale di ritorno. Un mix micidiale che maturava da giorni.

Per questo il Bayern ha perso e avrebbe perso contro qualsiasi squadra in finale. Xabi Alonso, il maggior responsabile di questo peccato di presunzione, deve ancora imparare come si gestiscono uomini e situazioni del genere.

Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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