
È decisamente un momento felice per il ciclismo italiano. Dopo i trionfi ai mondiali pista juniores, il dominio incontrastato ai Giochi del Mediterraneo, quasi nello stesso momento arriva la vittoria di Lorenzo Mark Finn al Tour de l’Avenir e il titolo nel Team Relay ai Mondiali di MTB che si sono aperti oggi (qui la notizia).
Il Tour de l’Avenir è la corsa che non mente mai: ogni vincitore ha le stimmate del campione e il passaggio nel professionismo diventa il trampolino per una carriera spettacolare. Lo scorso anno lo vinse un certo Paul Seixas, ma nell’albo d’oro non manca proprio nessuno, a cominciare da Tadej Pogacar che lo vinse nel 2018. Mancavano, da oltre 50 anni (53 per l’esattezza) gli italiani. L’ultimo a vincerlo fu GB Baronchelli, prima di lui un certo Felice Gimondi che poi, quasi per caso, fu catapultato al Tour e che vince, correva l’anno 1965.
Adesso è toccato a Lorenzo Mark Finn, predestinato per eccellenza, già campione del mondo juniores e under 23 ad un anno di distanza. Dopo il Giro Next Gen per l’uomo del futuro del ciclismo italiano arriva anche la perla del Tour.
La firma sul Serrù
I 127,8 chilometri da Strambino a Ceresole Reale hanno consegnato la sentenza dove era prevista, sugli ultimi 7,8 chilometri al 7,9% di pendenza media che salgono ai 2.275 metri del Lago Serrù. Finn se ne va con l’ecuadoriano Mateo Ramírez, poi resta solo al comando a tre chilometri dalla vetta. Tappa e classifica nella stessa giornata. La corsa, in realtà, si era decisa due giorni prima sulla cronoscalata di Flaine: 11,4 chilometri chiusi in 25’47”, 34 secondi rifilati al francese Ugo Fabriès e 58 al belga Niels Driesen, che quel giorno perde la maglia gialla e non la rivede più. Sul Col de l’Iseran il ligure amministra e guadagna ancora. Al traguardo di Ceresole il margine è di 2’34” su Driesen e di 3’42” su Matteo Vanhuffel.
Nelle 62 edizioni della corsa gli italiani a firmare l’albo d’oro erano stati Guido De Rosso nel 1961, Felice Gimondi nel 1964, Mino Denti nel 1966 e Gianbattista Baronchelli nel 1973. In tempi recenti erano andati vicini Giovanni Aleotti nel 2019 e Giulio Pellizzari nel 2023, entrambi fermati sul podio.
C’è un secondo dato che lega Finn a Baronchelli: prima del diciannovenne genovese, solo il corridore lombardo aveva vinto nella stessa stagione il Giro dilettanti — oggi Next Gen — e il Tour de l’Avenir. Correva il 1973.
Dagnoni sul traguardo
Ad attendere Finn sul traguardo del Lago Serrù c’era il presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni, che ha inserito il risultato fra i più rilevanti del proprio mandato: “Finn, oltre a essere un grande campione, è anche un esempio per la serietà con cui prepara gli appuntamenti e affronta uno sport che, a questi livelli, richiede sacrificio, applicazione e professionalità. Sono certo che saprà regalarci grandi soddisfazioni anche tra i professionisti”.
Il presidente ha allargato il discorso al resto della spedizione azzurra, con Thomas Capra leader della classifica a punti e Davide Stella vincitore della terza tappa: “In questi anni tutto il movimento giovanile italiano si è messo in evidenza, confermando una crescita complessiva che forse non sempre trova lo spazio che merita sugli organi di informazione. I risultati ottenuti nelle categorie Juniores e Under 23 ci collocano al vertice dei ranking UCI e testimoniano la qualità del lavoro svolto da società, tecnici e strutture federali”.
E ancora: “Finn è la punta di un movimento nel quale stanno emergendo tanti ragazzi di grande valore, pronti a raggiungere i nostri giovani professionisti nel gruppo che già si stanno mettendo in mostra, come Magagnotti, Pellizzari e Piganzoli. Siamo diventati ormai una realtà e possiamo guardare con grande fiducia al futuro del ciclismo italiano su strada e, più in generale, a quello delle altre discipline”.
Finn corre con la Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies e a luglio ha già incassato il primo successo fra i professionisti al Sibiu Tour. Il salto definitivo nel gruppo dei grandi è ormai imminente. Preparate i pop-corn.


