Fridrik Ólafsson, primo grande maestro islandese, due volte campione nordico, sei volte campione nazionale, ex presidente della FIDE è morto il 4 aprile all’età di 90 anni, dopo una breve ma grave malattia. La notizia è stata annunciata solo lunedì dalla Federazione Scacchistica Islandese.
Figura carismatica, ammirata per il suo stile elegante tanto nella vita quanto sulla scacchiera, Ólafsson è stato uno dei primi a portare gli scacchi al centro dell’identità culturale islandese, diventando un simbolo nazionale già nel 1958, quando conquista il titolo di primo grande maestro dell’Islanda.
Dagli anni ’50 fino ai primi anni ’80, Ólafsson è stabilmente tra i migliori 50 giocatori del mondo. Sconfigge alcuni tra i più grandi campioni della storia: da Mikhail Tal a Tigran Petrosian, da Bobby Fischer ad Anatoly Karpov. Nel suo palmares anche successi con Keres, Geller, Korchnoi, Taimanov, Najdorf, Larsen, Gligoric, Portisch, Timman… Da presidente della FIDE (la Federazione internazionale di scacchi) batte in un torneo l’allora campione del mondo Karpov: sarà la prima e unica volta che accadrà nella storia di questo sport.
Gudmundur Thorarinsson, ex presidente della federazione islandese e co-organizzatore della celebre sfida del 1972 tra Fischer e Spassky, ebbe a paragonarlo a un’icona pop, come riporta il sito di chess.com che ricorda il giocatore: “Vittorie gloriose, comportamento dignitoso e modesto e il fascino di un giovane bello e allegro, con l’aspetto da gentiluomo”.
Nel 1959 al Torneo dei Candidati batte il giovane prodigio americano Fischer e infligge sconfitte anche a Petrosian e Keres, tra il tripudio del pubblico. È l’apice della sua carriera agonistica.
Ólafsson è anche l’uomo che, dietro le quinte, rende possibile l’evento scacchistico più famoso del XX secolo: la “partita del secolo” tra Fischer e Spassky, nel 1972. Inizialmente diretto verso un torneo in Spagna, accetta di andare a Mosca, spinto dalla federazione islandese, proprio per tessere i fili diplomatici che convinceranno Spassky ad accettare Reykjavik come sede della sfida. Il suo ruolo, discreto ma decisivo, resta una delle chiavi di quell’evento.
Nel 1978, a 43 anni, diventa presidente della FIDE, succedendo a Max Euwe. Il suo stile alla guida della federazione è sobrio, corretto, idealista. E proprio questo gli costa la rielezione. Nel 1982, perde contro Florencio Campomanes, candidato appoggiato dal blocco sovietico. Il motivo? Ólafsson tenta fino all’ultimo di ottenere la liberazione della moglie e del figlio di Viktor Korchnoi, dissidente esule in Occidente, prima dell’inizio del match contro Karpov a Merano. Un gesto che irrita profondamente Mosca, la quale non gli perdona quell’atto di indipendenza. Come riporta ancora il sito chess.com, secondo molti, a partire dallo storico degli scacchi Averbakh, quell’elezione segna la fine dell’innocenza per la FIDE. Da quel momento, l’organizzazione internazionale degli scacchi entra in una fase in cui le logiche politiche e gli interessi oscuri iniziano a pesare più del merito sportivo. “Molti dei voti del vincitore furono probabilmente comprati”, scrive Oystein Brekke in un libro dedicato a Ólafsson.
Dopo la sconfitta politica, Fridrik torna alla scacchiera. Nel 1983 gioca il suo ultimo torneo importante a Wijk aan Zee. Ma anche lontano dai riflettori, resta per tutti una figura di riferimento: maestro di stile, ambasciatore silenzioso degli scacchi e orgoglio nazionale.

