
È stato probabilmente il giocatore più forte della pallacanestro italiana, anche se non il più vincente. Sicuramente il più pagato. E se è vero che i soldi non fanno la felicità, ma rappresentano spesso il metro del valore sportivo, allora quella prima frase potrebbe anche essere scritta senza l’avverbio “probabilmente”. Ieri, all’età di 37 anni, Danilo Gallinari ha annunciato il suo addio al basket giocato. Lo ha fatto, com’è ormai tradizione, attraverso i social e in inglese: “Today, with a heart full of gratitude, I am announcing my retirement from the career I’ve always dreamed of. It’s been an incredible journey filled with countless memories that I will carry with me for the rest of my life. Thank you, from the bottom of my heart.”
“Oggi, con il cuore colmo di gratitudine, annuncio il mio ritiro dalla carriera che ho sempre sognato. È stato un viaggio incredibile, ricco di innumerevoli ricordi che porterò con me per il resto della mia vita. Grazie, dal profondo del mio cuore.”
Il più forte, il più pagato ma non il più vincente. È in questa sintesi che si colloca la parabola sportiva di un giocatore che, unico nella storia della nostra pallacanestro, ha attraversato la NBA da protagonista. L’unico a reggere il confronto, per qualità e longevità oltreoceano, è stato probabilmente Marco Belinelli, che ha salutato pochi mesi fa. Meno forte ma più vincente: miglior sesto uomo, tiratore letale, l’unico italiano con un anello NBA.
Il destino di Gallinari — come quello di Belinelli, ma anche di Datome e Bargnani, i “fab four” che per un breve periodo ci fecero sognare un’Italia di nuovo grande — in Nazionale è stato quello di una generazione incompiuta. Non tanto per colpe proprie, quanto per i limiti strutturali del movimento italiano. Eppure, mentre Datome e Bargnani hanno attraversato la NBA come meteore fugaci, lui, Danilo figlio di Vittorio, ha lasciato il segno. Ha segnato, fatto segnare, distribuito spettacolo, raccolto onori e compensi da capogiro. E se la sorte — o meglio, quelle gambe forse troppo esili per un corpo così imponente — non gli avesse presentato il conto, oggi Danilo potrebbe salutare non solo da più forte, ma anche da più vincente.
In NBA, infatti, non bastano tecnica e fisico. Serve adattamento, capacità di “stare” nella Lega. Una virtù che pochi italiani hanno posseduto davvero. Belinelli l’ha compensata con la celebre “fotta”; Gallinari l’ha resa naturale grazie a un talento che nessuno dei nostri ha mai potuto eguagliare. I suoi vertici realizzativi restano scolpiti nella storia: 47 punti contro Dallas l’11 aprile 2015; i 40 contro Orlando un mese prima; i 39 ancora contro i Mavericks nel 2012. Belinelli ha l’anello, certo, e il tiro da tre, ma è un’altra storia.
Gallinari ha attraversato la Lega più importante al mondo per sedici stagioni, dal 2008 al 2024, chiudendo poi la carriera a Porto Rico come una delle grandi star straniere, ricoperto — letteralmente — d’oro (si parla di oltre 200 milioni). Rispettato ovunque, spesso in quintetto, capace nelle fasi finali di accettare con maturità il ruolo di sesto uomo. Sempre con impatto, quasi mai banale, raramente sotto le aspettative.
Quello che gli è riuscito in NBA non è stato con la maglia della Nazionale. Una volta il presidente Petrucci, sempre pronto a frasi ad effetto per coprire comunque le tante delusioni della sua pluriennale gestione, affermò che quella dei Gallinari, Belinelli, Datome, Bargnani era la Nazionale più forte di sempre. Una squadra, però, che non è stata capace di risollevare le disastrate sorti della nostra pallacanestro e che può vantare come unico successo la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo con l’incredibile (per allora) vittoria nel preolimpico contro la Serbia. A Tokyo il quinto posto salvò in qualche modo l’onore e Danilo diede il suo contributo.
Nel 2025 partecipa a EuroBasket 2025. La squadra arriva agli ottavi di finale, dove viene sconfitta dalla Slovenia. Belinelli aveva già salutato il basket, Datome sedeva in panchina come capo delegazione più impegnato a placare Pozzecco che ha gestire il team, Bargnani seduto in qualche poltrona a guardare i trofei vinti da ragazzo. Danilo ultimo superstite dei fab four lì sul parquet a cercare di contrastare uno come Dončić in un emblematico passaggio di consegne tra campioni di epoche diverse. Una lotta impari, stante la differenza di età, ma che per qualche momento ci ha anche illuso potesse trasformarsi in miracolo.
Quel 7 luglio, il ragazzo che ha l’8 nel destino — nato l’8 agosto 1988, 8-8-88 — annunciò l’addio alla maglia azzurra. Ieri è arrivato quello al basket giocato.
