La vittoria dell’Italia in Ungheria contro Israele (5-4, qualificazioni ai Mondiali) lascia più ombre che luci. Segnare cinque gol a questi livelli è un merito, subirne quattro un campanello d’allarme. La difesa azzurra è apparsa disorganizzata non tanto per errori individuali, quanto per un’impostazione tattica fragile: linee troppo distanti, marcature approssimative, coperture preventive inesistenti. Lo ha ammesso lo stesso Gattuso a fine gara: «Abbiamo sbagliato tanto nella fase difensiva, dovremo capire dove intervenire».
E’ evidente che Gattuso è stato scelto non tanto per una sapienza tattica particolare ma soprattutto per la carica emotiva che lo stesso è in grado di trasmettere. Mi sembra che, scottati dall’iper tatticismo di Spalletti, i vertici federali abbiano puntato su un tecnico in grado di parlare al cuore dei calciatori. Insomma un gestore di uomini più che un coach. E’ stata una scelta vincente? Lo scopriremo in futuro. Il rischio, però, è di ritrovarsi davanti a un copione già visto.
L’addio del Poz
Basta guardare al basket. Domenica Gianmarco Pozzecco ha lasciato la guida dell’Italbasket subito dopo la sconfitta con la Slovenia agli ottavi di EuroBasket. Una decisione che ha commosso tutti, con lacrime trattenute a stento in conferenza stampa. Il suo merito principale è stato quello di creare un gruppo unito, capace di andare oltre i limiti individuali. L’Italia contro la Slovenia ha perso soprattutto per i rimbalzi concessi (40 a 32 per la Slovenia) e liberi sbagliati (70% contro l’81% degli avversari). Pozzecco avrebbe potuto fare qualcosa? Sinceramente non saprei. Rilevo però che molti gli hanno rimproverato rotazioni sbagliate (Procida dimenticato in paca e Diouf usato poco) e una eccessiva carica emotiva. L’ho fatto anche io, nel precedente editoriale, preconizzando anche che l’Italia difficilmente avrebbe fatto strada contro formazioni più attrezzate.
Rilevo, per inciso, che le dimissioni del Poz non erano previste, diversamente da quanto tutti (a cominciare da lui stesso) si sono affrettati a ricordare. Prova ne sono le parole del presidente della FIP Petrucci: “Ho appreso che Gianmarco ha dichiarato che questa è stata la sua ultima partita in Nazionale. Parlerò con lui. Lo ringrazio per aver creato in questi anni un gruppo coeso e con il piacere di stare insieme. Per le scelte sul futuro mi confronterò con Gigi Datome e Salvatore Trainotti, che hanno la responsabilità del Settore Squadre Nazionali maschili…”.
Allenatore di uomini e giocatori

Pozzecco, come Gattuso, è un allenatore che parla al cuore. Ma la gestione emotiva da sola non basta a vincere. Nelle stesse ore in cui l’Italbasket usciva di scena mestamente dall’Europeo, l’Italvolley femminile vinceva il suo secondo titolo mondiale a distanza di 23 anni grazie ad un gruppo di atlete che (ed è bene ricordarlo) solo due anni fa si era squagliato come neve al sole in occasione dell’Europeo in cui arrivò quarto, piazzamento che portò alle dimissioni di Mazzanti.
Tutti i media hanno raccontato del tocco magico di Julio Velasco. Non spendo altre parole sui suoi meriti se non per dire che un coach, negli sport di squadra, è fondamentale, ma deve possedere due qualità: saper parlare al cuore ma anche all’atleta. Ovvero conoscere gli uomini ma avere conoscenze tecniche del gioco talmente profonde da poter dare il consiglio giusto al momento giusto. Perché quando il gioco si fa duro e la partita diventa difficile, non ha senso richiamare a valori profondi o alla voglia di vincere; è meglio spostare l’attenzione sul gesto tecnico o sull’elemento tattico in grado di risolvere la partita.
