Giambattista Marino, i 400 anni dell’‘Adone’ e la via ‘italiana’ agli scacchi

Il poema, composto nel 1623, dedica buona parte del canto XV agli scacchi. E' l'occasione anche per parlare delle regole italiane al gioco, poi abbandonate.

Giambattista Marino (1569-1625), napoletano, ebbe una giovinezza scapestrata: venne cacciato di casa e in seguito fu anche arrestato per immoralità; riuscì ad evadere e a fuggire da Napoli, diventando un poeta alla moda. Scappò prima a Roma, ove fu protetto dal cardinal Pietro Aldobrandini, poi a Torino alla corte di don Carlo Emanuello di Savoia che gli conferì il manto di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Si trasferì quindi a Parigi, dove dal 1615 al 1623 soggiornò alla corte di re Luigi XIII, protetto dalla madre dello stesso re, Maria de’ Medici.

Compose poemi, canzoni, madrigali: la fama gliela diede il sensuale e licenzioso poema epico “Adone”, 45.000 versi in rima, terminato nel 1623, che narra degli amori tra Adone e Venere. Buona parte del canto XV è dedicato ad una partita a scacchi tra i due amanti.

Il suo stile, ricco di iperboli, perifrasi, similitudini ardite, a volte anche astrusità (“è del poeta il fin la meraviglia”), trovò in Italia molti imitatori e diede origine al cosiddetto “marinismo”, che influenzò soprattutto la letteratura dell’epoca, il cui obiettivo era stupire e meravigliare.

Seguiamo alcuni versi della partita, iniziando dalla descrizione della scacchiera.

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“Sessantaquattro case in forma quadra, inquartate per dritto e per traverso, dispon per otto vie serie leggiadra ed otto ne contien per ciascun verso. Ciascuna casa in ordine si squadra, di spazio ugual ma di color diverso, ch’alternativamente a bianco e brun distinto.”

E poi i pezzi: “Ciò detto, versa da bell’urna aurata sul tavolier di calcoli due schiere, che di tornite gemme effigiata mostran l’umana forma in più maniere. Sedici sono e sedici e sì come vario è tra loro il color bianco e il bruno e varia han la sembianza e vario il nome, così l’ufficio ancor non è tutt’uno. Havvi Regi e Reine /…/ v’ha Sagittari e Cavalieri e Fanti e di gran rocche onusti, alti Elefanti.”

E infine il movimento del Cavallo: “Il Cavallo leggier per dritta lista come gli altri, l’arringo unqua non fende, ma la lizza attraversa e fiero in vista curvo in giro e lunato il salto stende e sempre nel saltar due case acquista, quel colore abbandona e questo prende.”

Erano gli anni di Caravaggio, di Tommaso Campanella, di Keplero, di Francesco Bacone. Indirettamente il marinismo coinvolse anche gli scacchi: infatti mentre in tutto il resto dell’Europa le regole si unificavano e venivano codificate, i giocatori italiani “per stupire”, ma forse anche per il desiderio di non assoggettarsi ulteriormente a quanto accadeva Oltr’Alpe,  vollero mantenere, come già accennato, regole proprie. In particolare l’ “arrocco all’italiana” che permetteva a Re e Torre di posizionarsi in qualunque casa tra le due di partenza; poi la promozione del Pedone che poteva essere sostituito solo da un pezzo già catturato e quindi se non erano state effettuate catture restava in attesa nella casa di arrivo ed era detto ‘sospeso’; e infine la presa al passo (o al varco o en passant) che non era ammessa.

Tutto questo portò i nostri giocatori ‘a tavolino’ a giocare quella che poteva essere considerata una ‘variante’ del gioco: la strategia cambiava notevolmente e per questo gli italiani ben presto persero il loro primato a livello internazionale. Approfondiremo meglio l’argomento in seguito, per ora basti un semplice esempio: dopo l’arrocco moderno se il Nero ha un Alfiere in c5 che attacca il Pedone in f2 la spinta di questo Pedone in f4 non è permessa, dato che il Pedone è inchiodato; ma se si effettua l’arrocco “all’italiana” che permette di mettere il Re in h1 invece che in g1 la spinta in f4 è possibile.

Ovviamente non basta la mancata accettazione delle regole internazionali per giustificare la decadenza dello scacchismo italiano. Abbiamo detto che mentre in tutta Europa si assiste alla nascita dei grandi organismi nazionali, l’Italia resta divisa, resta contadina e resta analfabeta: è quindi un paese povero che non può competere con nazioni che si industrializzano e diventano sempre più ricche.

Così in Italia si spegne quello che avevamo definito ‘professionismo scacchistico’, che invece si sviluppa all’estero dove gli scacchi si diffusero a macchia d’olio negli ambienti della borghesia e del mondo studentesco, tanto da arrivare alle grandi sfide e ai grandi tornei internazionali, per esempio il torneo di Londra del 1851 organizzato in occasione della prima Expo mondiale: se a questo torneo non prese parte alcun italiano – e in realtà almeno uno, Serafino Dubois, avrebbe potuto giocarvi – fu proprio per motivi economici.

Adolivio Capece

Redazione
Sport24h.it nasce dall’idea che ogni disciplina sportiva è portatrice di un sistema di valori, emozioni e linguaggio unici. Contrariamente alla narrazione imperante: non esistono i fatti separati dalle opinioni (in questo ci sentiamo un po’ eretici). La realtà è sempre, inevitabilmente, interpretata dalla sensibilità di chi la racconta.