Mer, 18 Febbraio 2026
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Michael Jordan è il giocatore di basket più forte di tutti i tempi?

Leonardo, mio figlio, mi chiede di scrivere di Michael Jeffrey Jordan. Non è cosa facile. Ci sono diversi modi per raccontare un’icona dello sport americano che ha disegnato un’epoca e formato una generazione. Soprattutto mi pone spesso la domanda delle domande: chi è stato il giocatore di basket più forte di tutti i tempi? E, poi, ‘è più forte MJ oppure LeBron James?’. Ed ora che Stephen Curry ha segnato un record che farà storia (il maggior numero di tiri da tre punti di sempre) anche: “e Stephen dove lo mettiamo”?

In uno dei più fortunati articoli di questo sito abbiamo fissato principi generali che a nostro avviso aiutano il confronto i campioni sportivi di diverse epoche. Li sintetizzo in breve:

a. il numero di successi in rapporto agli incontri realizzati;
b. il valore degli avversari affrontati;
c. il “peso” dei successi ottenuti;
d. come sono stati ottenuti questi successi;
e. la forza rivoluzionaria di un personaggio nell’ambito del suo sport.

Per dare una risposta a Leonardo e a tutti i 15enni curiosi come lui provo ad applicare questi concetti al basket, utilizzando anche l’enorme quantità di statistiche che la rete mette a disposizione.

NUMERO DI SUCCESSI IN RAPPORTO AGLI INCONTRI REALIZZATI – La pallacanestro è uno sport di squadra, è pertanto sbagliato pensare che le vittorie siano frutto di un solo giocatore. Sarebbe, pertanto, fuorviante calcolare il rapporto partite vinte/partite giocate, come si può fare invece in sport individuali. Per capirci: nella classifica dei giocatori NBA più vincenti di sempre ai primi posti troviamo il quintetto dei Boston Celtic del decennio 1957/1967; siamo sicuri che tutti loro siano degni di fregiarsi del titolo di miglior giocatore della NBA?

Sono tre i fondamentali della pallacanestro che segnano il valore di un giocatore nell’economia della partita: i punti, i rimbalzi e gli assist. Così arriviamo a questo elenco. Si tratta delle statistiche relative i 50 migliori giocatori del cinquantenario della NBA stilate nel 1996. Non troviamo LeBron James che, nell’anno in cui è stata redatta, ancora doveva sbocciare. Ci sono però tutti gli altri, a cominciare da MJ, che svetta con uno dei suoi record più importanti: la media punti segnati in carriera, oltre 30,12. Al secondo posto Wilt Chamberlain (30,07). Il centro di Filadelfia, inoltre, è primo per rimbalzi, davanti al rivale di sempre Bill Russell. Magic, il mitico 32 dei LA, è primo per media assist (oltre 11 a partita!).

LeBron, anche se non vi sono ancora statistiche definitive, viaggia con una media di 25 punti a partita, 7 assist e 7 rimbalzi. Ben posizionato nei tre fondamentali, ma in nessuno al primo posto. Se dovessimo basare la nostra classifica dei più forti di sempre solo da questo elemento, probabilmente dovemmo dire che la palma va a Chamberlain. Ma siamo sicuri?

VALORE DEGLI AVVERSARI AFFRONTATI E PESO DEI SUCCESSI OTTENUTI – Chamberlain ha vinto due titoli NBA, perdendo quasi sempre il confronto con Bill Russell, centro dei Boston Celtics che in 13 stagioni ha portato a casa 11 titoli. Qualsiasi valutazione non può cancellare questo dato di fatto. Per essere il migliore bisogna aver anche vinto, e da questo punto di vista Wilt è un po’ carente.

D’altro canto se è vero che Russell in carriera si è fregiato di 11 titoli, dobbiamo anche riconoscere che l’ha fatto con una squadre in quell’epoca nettamente più forte delle altre. Non c’è la riprova che fosse lui a spostare il peso dei successi.

Michael Jordan, in confronto, ha la metà degli anelli, ma ci ha messo vicino anche 2 titoli olimpici. Bene anche Kobe Bryant (5 titoli NBA e 2 olimpiadi) e Magic Johnson (l’unico giocatore nella storia della NBA eletto MVP nelle finals l’anno in cui era rookie), cinque titoli, 1 olimpiade e 1 mondiale.

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Per quanto riguarda il valore degli avversari, ogni epoca ha avuto i suoi duelli: Bill Russell v Wilt Chamberlain; Michael Jordan contro Julis Erving, Larry Bird e Magic Jonson; LeBron contro Stephen Curry e Kevin Durant.

Riguardo a questo c’è un interessante articolo del giornalista di FiveThirtyEight Mike Prada, che ha messo a confronto le squadre affrontate dai Jordan e James nei playoff per capire chi ha avuto la strada più difficile per arrivare al titolo. La forza delle squadre è stata valutata in base al Net Rating, cioè il differenziale tra punti segnati e subiti su 100 possessi, valore che solitamente definisce la qualità e la forza di una squadra rispetto alla competizione. Ne viene fuori che MJ ha affrontato formazioni più forti nelle regular season, mentre LBJ ha dovuto scalare montagne più alte nei playoff.

Se questo discorso si applicasse a tutte le epoche, avremmo un quadro migliore. A me però sembra incontestabile che l’epoca in cui ha giocato Jordan sia stata forse la più ricca di talento della storia del basket americano.

COME SONO STATI OTTENUTI QUESTI SUCCESSI – Ci sono momenti nella storia di uno sport che restano impressi per sempre. Contribuiscono a costruire il mito e si tramandano di padre in figlio, come leggende.

Sono, per capirci, la partita di Maradona contro l’Inghilterra ai Mondiali del 1986 o The Rumble in the Jungle, di Alì e Foreman. Gesti esemplari, belli, irripetibili che, per essere tali, hanno anche bisogno di un unico finale: la vittoria. Il mondo del basket ne ricorda diversi (qui un bell’elenco realizzato in occasione dei 75 anni della lega).

Mi sembra, però, indiscutibile che “The Shot” in gara 5 dei play off tra Cleveland e Chicago (2-2), il 7 maggio 1989, e “The last Shot”, il 14 giugno del 1998 in gara 6 tra Utah Jazz e Chicago Bulls, rappresentino l’afa e omega della carriera di MJ e qualcosa di unico nel genere. Nessun altro prima e dopo è stato in grado di riproporre, a 10 anni di distanza, la stessa prestazione, nella stessa identica tensione emotiva, con lo stesso risultato… a 5” dalla fine! Un po’ come Bartali, in grado di vincere il Tour de France a 10 anni di distanza (record anche questo ancora non eguagliato).

Da questo punto di vista LeBron James può mettere sul piatto qualcosa di simile, anche se completamente diverso. Mi riferisco alla stoppata a Igoudala in gara 7 della finale 2016 contro i Warriors, in una serie che è entrata nella storia di questo sport per diversi motivi, il primo dei quali il successo dopo essere stati sotto per 3-1. Difficilmente un’azione difensiva è stata così devastante e determinante, ai fini del risultato finale e della serie.

Non ho sinceramente una cultura enciclopedica sulle cose di basket in grado di regalarmi altri momenti memorabili al pari di questi citati, tranne uno che, anzi, a mio parere supera entrambi.

Sto parlando del  layup inverso di Julius Erving realizzato nella finale contro i Lakers di Kareem Abdul Jabaar e Magic Jhonson, in gara 4 (serie a favore di LA 2 a 1) a 7’35” dal termine. Un gesto che ha catapultato la pallacanestro americana oltre i limiti dell’immaginazione. Qualcosa di unico e irripetibile. Il salto di DJ è stato anche un viaggio nel tempo, portando i fortunati spettatori di quell’impresa nella dimensione moderna del gioco. Qualcuno ha detto che senza DJ non sarebbe esistito MJ (e tutti gli altri) e con questo entriamo nell’ultimo capitolo di questa analisi.

LA FORZA RIVOLUZIONARIA – La forza dirompente di un campione rispetto alla contemporaneità è a mio avvisto l’elemento fondamentale per capire chi è stato il più grande. Nella storia di questo sport ce ne sono stati tre o quattro di questi giocatori, in grado di modificare stili di gioco e alzando l’asticella della prestazione individuale. Molti di loro, però, sono nati dalla parte sbagliata del “tabellone”; hanno cambiato molto ma vinto poco. Come Wilt Chamberlain che disse di se stesso: “Per fermarmi hanno dovuto cambiare le regole…”. La sua stazza, la sua agilità e versatilità l’hanno reso unico e diverso rispetto ai suoi contemporanei. I record sono la dimostrazione che nessuno, già allora, sapeva come fermarlo, anche se nel confronto con un difensore formidabile come Bill Russell ha spesso dovuto cedere il passo. Questa forza devastante mi è sembrata ritrovarla nel LeBron dei tempi migliori.

Altro giocatore in grado di modificare lo stile di gioco e del modo di muoversi sul parquet è stato Doctor J, che ha imposto al mondo il principio secondo il quale se sai volari, puoi giocare meglio a pallacanestro. Da questo punto di vista Erving è stato certamente più rivoluzionario di Jordan, che si è mosso sulla sua stessa scia, portando però alle estreme conseguenze il gesto.

Jordan è stato attacco e difesa, testa e cuore; là dove non è arrivato con i suoi 198 cm lo ha fatto con la forza delle gambe. L’elemento atletico si è fuso con quello tecnico, regalando attimi di grande spettacolo. Soprattutto, per la prima (e forse unica) volta, in uno stesso giocatore si sono condensate tutte quelle “pulsioni” che in quegli anni venivano equamente divise tra i vari Bird e Johnson.

Così se in Chamberlain e James prevale il fisico, in Erving l’agilità, in Russell la difesa, in West e Curry il tiro, in Bird e Johnson l’intelligenza, in Michael Jordan possiamo ritrovare un po’ di tutto questo in una felice sintesi.

Forse proprio per questo è lui il più forte giocatore di sempre.

La chiuderei qui, se non fosse che alla fine di questo articolo, mentre aggiusto virgole e punteggiatura, mi assale un dubbio atroce: e se il migliore di sempre alla fine non fosse un giocatore americano?

Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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1 commento

  1. Quando si parla del goat ci si dimentica sempre di parlare l’unico che potrebbe realmente essere il più forte di tutti i tempi: Kareem Abdul Jabbar. 3 titoli ncaa consecutivi, 6 titoli nba e 6 mvp.

I commenti sono chiusi.