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Giornata della Memoria – Albert Richter, il campione dimenticato

In occasione della Giornata della Memoria raccontiamo la storia di un campione del mondo che non ha mai accettato di piegarsi alla Germania nazista nonostante, se avesse voluto, avrebbe potuto ottenere onori e gloria.

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Non era ebreo né sinti né omosessuale né vagabondo o pazzo. Era tedesco, alto, biondo e con gli occhi chiari. Simpatico, allegro, intelligente e forte, molto forte, un campione del mondo.

Avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, ma quel mondo, lui Albert Richter lo odiava.

Non è morto nei campi di concentramento ma merita di essere ricordato, nella Giornata della Memoria, perché tutti, in Germania, per tanti anni hanno fatto finta di nulla, girando la testa dall’altra parte.

Stiamo scrivendo di Albert Richter, campione del mondo di velocità dilettanti nel 1932 e ucciso dalla Gestapo tra la Germania e la Svizzera all’età di 27 anni.

Si sarebbero tutti dimenticati di lui se non fosse stato per un suo amico e mentore, Ernst Berliner, e per il libro di Renate Franz “Il campione del mondo dimenticato”; il beffardo e atroce destino disegnato dai suoi aguzzini, che nel dare notizia del suicidio, scrissero: “scambiando valuta per un ebreo, Albert Richter ha commesso un crimine terribile e il suicidio era l’unica via d’uscita per lui. Il suo nome è stato cancellato dalle nostre fila, dei nostri ricordi, per sempre!“.

Invece Albert Richter passerà alla storia come uno dei pochi grandi sportivi (forse l’unico) che nel pieno della sua fama e della sua splendida giovinezza, ha rifiutato di alzare il braccio (del saluto nazista) che avrebbe significato abbassare il capo davanti ad “una banda di criminali” come li definiva.

La storia di Albert Richter richiama quella di altri grandi campioni e personaggi, a metà tra Philip Mosley (il ballerino conosciuto con il film Billy Elliot), Bottecchia, Bartali e Muhammad Ali.

Ha sfidato il regime con il suo sorriso, la sua semplicità e la sua forza, che gli ha permesso, sin da ragazzo, di vincere volate e competizioni, in un’epoca in cui il ciclismo su pista era al massimo della popolarità.

Nato a Colonia nel 1912 il padre avrebbe voluto che diventasse musicista. Lui di nascosto andava ad allenarsi finché un giorno tornò a casa con una clavicola rotta e dovette raccontare la verità ai genitori. Che non presero bene la cosa. Lottò per correre e alla fine divenne campione del mondo tra i dilettanti nel 1932. Pochi mesi prima aveva visto sfumare il sogno olimpico perché la federazione tedesca non aveva i soldi per il viaggio a Los Angeles.

Passato al professionismo ha scritto le pagine più belle della velocità tra le due guerre insieme ai fratelli di sangue il belga Jef Scherens e il francese Louis Gérardins, i suoi più cari amici, passati alla storia come “i tre moschettieri”.

Furono loro tre a giocarsi il titolo mondiale a Lipsia nel 1934. Vinse Scherens su Richter e Gérardins. Quel giorno sul podio i tre posarono sorridenti; Albert con le braccia lungo i fianchi e non con il solito, obbligato, dovuto e atteso da tutti saluto nazista.

La Gestapo lo prese di mira ed aumentò l’astio verso di lui quando si rifiutò di fornire indicazioni sulle località nelle quali gareggiava ed anche di fornire rapporti sui suoi colleghi.

Cosa che invece fecero altri due pistards tedeschi: Werner Miethe, spia per la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale, e Peter Steffes. Entrambi diventati improvvisamente ricchi durante la guerra vendendo al mercato nero i beni degli ebrei e poi riciclatisi come uomini d’affari dopo. Steffes, intervistato con la moglie in occasione del documentario “Alla ricerca di Albert Richter” nel 1989 continuava ad affermare: “Albert era un bravo ragazzo, ma un po’ pazzo e uscito fuori di testa…“.

La fine di Albert è avvolta nel mistero, nonostante i tentativi di Berliner di portare a galla la verità. E’ certo che il ciclista non vuole partire per la guerra (“Perché dovrei sparare ai miei amici francesi.. non mi hanno fatto nulla”). Vince il GP di Berlino il 9 dicembre del 1939 e alla fine del mese mette in atto la fuga. La Germania non è più un posto sicuro per lui.

Raccontano le fonti: “Il 31 dicembre 1939 Albert Richter fece la valigia, portò con sé la bicicletta e gli sci per recarsi in Svizzera. Cucito nei cerchi aveva 12.700 Reichsmark, che appartenevano all’ebreo di Colonia Alfred Schweizer che viveva all’estero. Albert gli aveva promesso che gli avrebbe consegnato la somma. Berliner lo sconsigliava in questo caso, ma in passato tale contrabbando non era un grosso rischio. I pistards spesso portavano con denaro, gioielli o altri oggetti di valore quando attraversavano frequentemente i confini; alcune proprietà ebraiche potevano essere salvate in questo modo.”

Al confine con la Svizzera, mentre il treno è fermo per rifornimento, arrivano agenti della Gestapo diretti verso la carrozza di Albert. Lo malmenano e lo scaraventano giù dal treno svenuto. Senza controllare gli altri ciclisti che viaggiano con lui, si dirigono alla bici e aprono le ruote, prelevando il denaro. Portano via Albert ancora svenuto.

Quando suo fratello lo visita il 2 gennaio, lo trova all’obitorio dell’ospedale della prigione di Lörrach, macchiato di sangue, il suo vestito con dei buchi. Gli viene riferito che si è impiccato. Ci hanno creduto solo in Germania.

Ernst Berliner in seguito ha cercato di indagare su come fosse avvenuta la morte. Non ha trovato quasi nessun appoggio in Germania. Nel 1966 un pubblico ministero avvia le indagini, che chiude subito, nel 1967 nonostante molte incongruenze.

A Colonia e nella Germania occidentale, Albert Richter viene subito dimenticato perché avrebbe significato affrontare il proprio destino e il proprio passato.

Riceve una riabilitazione a metà degli anni ’90, quando la nuova pista di Colonia prende il suo nome. Viene inserito nella Hall of Fame degli sportivi tedeschi nel 2008. Riposa nel cimitero di Melaten-Friedhof.

Per questo articolo ci hanno aiutato i seguenti siti:

https://web.archive.org/web/20080131023540/http://www.guerre-mondiale.org/Biographies/richter.htm

https://web.archive.org/web/20070823061802/http://www.velochronique.com/chroniques/article.php3?id_article=392

Nato in una cittadina semisconosciuta tra Mosca e San Pietroburgo (non chiedetemi perché, è una storia lunga), di padre francese e madre italiana, mi occupo di sport fin da piccolo. Amo guardare le cose da un punto di vista diverso, a volte anche problematico, ma mai dogmatico. Ho collaborato con diversi quotidiani.

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