Giorno della Memoria: Alfred Hirsch tra Socrate e Schindler

In occasione del Giorno della Memoria raccontiamo la storia di un ginnasta tedesco che ha provato a costruire un angolo di paradiso nel posto più brutto della terra: Birkenau.

Giorno della Memoria: Alfred Hirsch tra Socrate e Schindler

Giorno della Memoria 2020 – Questa è la storia di Alfred Hirsch, vittima anche lui della ferocia nazista, meno noto del suo omonimo Julius, calciatore tedesco, il primo di origine ebraica e giocare nella nazionale tedesca e ucciso, in data imprecisata, ad Auschwitz. Non erano parenti. Quello che li accomuna, oltre al cognome e al luogo in cui sono morti, è l’essere stati grandi campioni di sport.

Alfred Hirsch (Fredy per il mondo) è stato un ginnasta di un livello olimpico, ma non sarebbe passato alla storia per le sue imprese sportive se il destino non l’avesse posto difronte all’orrore dei campi di stermino. La sua storia è simile a quella di Oskar Schindler, ma con un epilogo diverso, con una morte più simile a quella di Socrate e nessuna vita salvata.

La sua figura sarebbe piaciuta tanto a De Coubertin, inventore delle Olimpiadi Moderne. E in qualche modo rappresenta la perfetta sintesi di quelle “utopie borghesi” tendenti verso un mondo migliore, proprie della fine dell’800, gemelle e contrapposte al Sol dell’Avvenire socialista.

Fredy Hirsch è stato fervente sionista, scout e atleta. Ben Gurion, Baden Powell e De Coubertin hanno trovato la loro felice sintesi in questo personaggio in grado, per pochi mesi, di costruire un angolo di paradiso all’interno dell’infermo di Birkenau.

Nato in Germania, scappò in Cecoslovacchia nel 1935. Arrivò a Terezín il 4 dicembre 1941 come parte di una squadra chiamata Aufbaukommando II, composta da 23 membri della comunità ebraica a cui era stato affidato il compito di organizzare la vita nel ghetto appena creato.

Coloro che conobbero Fredy lo raccontarono come si vede ancora nelle foto: un giovane ben fatto, attraente, con la postura eretta di un atleta, i capelli elegantemente tagliati all’indietro. Nell’estate 1943 arrivarono a Terezín 1.200 bambini ebrei dal ghetto di Białystok. Tenuti isolati dagli altri e fu promulgato un severo divieto di contattarli. Tuttavia Hirsch volle parlare direttamente con il loro per verificare la condizione di salute di ognuno. Fu scoperto e come punizione fu inserito nel gruppo che partì per il campo ad Auschwitz-Birkenau, il 6 settembre insieme ad altri 5.000 prigionieri.

Gli ebrei provenienti da Terezin, ad Auschwitz venivano messi in una sezione particolare, la BIIb, chiamata “campo famiglia”, Hirsch divenne il responsabile delle baracche destinate ai bambini al di sotto dei quindici anni, circa cinquecento.

In questo luogo compì il suo capolavoro di educatore e uomo di sport. Grazie al suo portamento, alla sua immagine, al fatto di essere tedesco, riuscì a convincere SS e guardiani del campo ad assecondarlo in numerose richieste, che resero la permanenza dei bambini meno penosa.

Il blocco era arredato in modo diverso dalla maggior parte degli edifici degli altri prigionieri a Birkenau. Invece di letti a castello a tre livelli, c’erano dei tavolini su cui sedevano i bambini, che lì trascorrevano solo la giornata, tornando dalle loro famiglie di notte. Le pareti erano decorate con immagini di Biancaneve e dei sette nani, eschimesi, fiori e personaggi fiabeschi. Sebbene i bambini soffrissero naturalmente della fame, nessuno di loro morì di malnutrizione prima dell’epilogo di marzo. Erano anche protetti dal regno del terrore dei funzionari delle SS. Le chiamate giornaliere erano brevi e avvenivano all’interno dell’edificio stesso, invece di svolgersi all’esterno e durare diverse ore al gelo.

Hirsch organizzò lezioni segrete e improvvisate, tenute in piccoli gruppi in base all’età. Se si avvicinava una pattuglia delle SS, le lezioni si trasformavano rapidamente in giochi o canzoni tedesche, che erano consentite. Anche per gli assistenti, lavorare nel “campo famiglia” aveva un certo vantaggio: un ambiente intellettuale e anche un tetto, che rendeva più facile mantenere condizioni psicologiche e fisiche relativamente buone. Gli insegnanti raccontavano a memoria i contenuto dei libri che ricordavano. Insegnavano la geografia, la storia, giocavano e cantavano. Alla fine del 1943 e all’inizio del 1944 Hirsch organizzò uno spettacolo su Biancaneve e i sette nani a cui assistette anche Mengele.

Una storia che avrebbe meritato un altro epilogo. Invece a marzo del 1944 tutto svanì. Sulla fine le fonti si dividono. Nell’articolo de il Manifesto (qui) Robert Rozett, direttore delle biblioteche Yad Vashem, afferma che Hirsch venne informato dalle autorità del campo che presto i bambini del campo famiglia sarebbero stati avviati alle camere a gas. Non potendolo evitare, la sera prima, si uccise.

Ruth Bondy, che nel 2002 ha scritto la storia di questa esperienza nel campo di Birkenau (ripresa da wikipedia e dal sito ceko sull’Olocausto, fonte primaria da cui abbiamo attinto queste info, qui), afferma invece che Hirsch fu informato dell’intenzione di uccidere tutti i ragazzi dal movimento di resistenza che individuò in lui l’uomo in grado di organizzare e gestire una rivolta per evitare il massacro. Hirsch si trovò di fronte a una decisione difficile: una ribellione avrebbe significato la possibilità di salvezza per alcuni, ma la morte certa per la maggioranza. Chiese tempo per decidere. La sera chi lo andò a visitare lo trovò agonizzante. Un medico dichiarò che aveva assunto una dose eccessiva di tranquillanti. Come fosse stato possibile per Fredy procurarsela è uno dei tanti punti oscuri della sua fine. La sera stessa il corpo di Fredy Hirsch fu bruciato nel crematorio di Birkenau, insieme ai componenti del campo famiglia.

Le utopie restano tali ma hanno il pregio di infondere coraggio fino alla fine. E’ giusto ricordarlo, anche oggi, nel Giorno della Memoria. Raccontare per non dimenticare.

Antonio Ungaro

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