Sono solo due gli sportivi ebrei sopravvissuti alla Shoah in grado poi di partecipare alle Olimpiadi: Ben Helfgott e Alfred Nakache. Pensare, però, che quelle che sto per raccontare siano due storie a lieto fine è sbagliato.
La ferocia nazifascista non riuscì a piegare la loro volontà e il loro fisico, ma si abbatté impietosa sugli affetti più cari, scavando ferite profonde che non si sono rimarginate neanche negli anni successivi. Se, infatti, esiste un elemento comune nella storia di queste due figure (oltre logicamente al fatto di aver provato sulla loro pelle i campi di concentramento), quello è nelle sofferenze che falcidiarono le rispettive famiglie, riconsegnandoli alla storia del mondo, dopo le atrocità del ’45, soli e solitari.
Di Alfred Nakache hanno scritto in tanti. A mio avviso il profilo più bello è quello disegnato, con la maestria che gli era propria, da Gianni Mura su La Repubblica, in un articolo del 2016 e dal quale saccheggio a piene mani. Alfred è uno dei nuotatori più forti di Francia, detentore di diversi record. Faccio iniziare la sua storia nel 1937 (un anno dopo le Olimpiadi in casa di Hitler alle quali Alfred partecipa con un onorevole quarto posto nella staffetta 4×200). Ad ottobre sposa Paule, la capitana della squadra di basket. La follia della guerra e del nazismo colpisce anche in Francia. Nel 1940 gli viene tolta la cittadinanza francese, essendo lui nato a Costantina in Algeria. Il clima, in una Parigi ormai conquistata, è insopportabile. Si trasferisca a Tolosa, ma il collaborazionismo di Patain non lascia scampo. Dal punto di vista sportivo, pur essendo il più forte di Francia, gli viene impedito di gareggiare. Quaranta giorni dopo l’ingresso dei tedeschi a Tolosa (novembre del ’43) viene arrestato insieme alla sua Paule e alla figlia, appena nata Annie.
Alfred è un uomo tranquillo, buono, quasi stordito e inconsapevole della tragedia che gli sta per toccare. Accetta il treno per Auschwitz (20 gennaio 1944) quasi con la speranza che tutto passi presto.
Sono stato recentemente a Birckenau, in una fredda e umida giornata di dicembre. Ho passeggiato lungo quel binario rosso arrugginito. Ho calpestato, nel silenzio del vento sferzante proveniente da nord, quei sassi. Mi sono tornate alla mente le parole scritte da Primo Levi, secche e fredde, come quelle lande. Come arrivava il carico di deportati, attraversata la porta, il treno lentamente si fermava. I deportati scendevano e, ancora inconsapevoli di quale potesse essere il loro destino, venivano accolti da medici che, con uno sguardo e una rapida visita, decidevano se erano in grado di lavorare oppure no. I primi venivano destinati ad Auschwitz, gli altri direttamente alle camere a gas e i forni crematori presenti, e colpevolmente muti, oltre il punto di sosta del treno, spiaggiati verso il nulla. In quel preciso momento, senza possibilità di un ultimo sguardo, carezza o saluto, venivano separate famiglie, affetti, storie, emozioni, speranze e amori.
Accade così anche ad Alfred, Paule e la piccola Annie. Lui, alto e robusto, destinato ai lavori, loro alla morte, il giorno stesso. Quello che avviene dopo, per me che leggo il racconto di Mura, è quasi accessorio: Alfred che viene deriso dai tedeschi; costretto a raccogliere un ramo con i denti nella pozza fetida e gelida; lui che li sfida ‘per mantenersi in forma’ buttandosi anche quando non richiesto. La storia di un uomo dalla volontà di ferro che sfida tutto e tutti per potersi ricongiungere con la sua famiglia. Alfred non è consapevole della fine di Paule e Annie e lotta, combatte, accetta: solo per poterle rivedere. Sopravvive alla marcia della morte, da Gleiwitz e Buchenwald a piedi. Partono in 1.368, ne sopravvivono solo 47.
Quando i sovietici liberano la Polonia Alfred aspetta di tornare a casa, alla ricerca di loro, Paule e Annie. Dall’articolo di Mura: ‘Nakache, dopo tutto quello che ha passato, è ancora capace di un record mondiale della 3×100 mista, nell’agosto del ‘46 con Jany e Vallerey, vince titoli nazionali, è selezionato per le Olimpiadi del 1948, da cui la Germania è esclusa. Gareggia nei 200 farfalla arrivando alle semifinali e nella pallanuoto (sesto posto, vinse l’Italia di Cesare Rubini).’
Ma il suo cuore è ancora lì, a Buchenwald, in attesa di Paule e Annie.
Un bel profilo di Ben Helfgott, campione di sollevamento pesi, è raccontato, in modo sintetico ma preciso, dal sito ‘Gariwo, la foresta dei giusti’ e dal sito Campioni della Memoria da cui traggo buona parte delle informazioni.
Ben è un giovane polacco, figlio di un mugnaio e di una casalinga, originari della cittadina polacca di Piotrków. Una famiglia benestante che vive in un appartamento accanto ad altri ventitré membri della famiglia; solo tre sono riusciranno a sopravvivere alla guerra.
Con l’invasione tedesca della Polonia, Ben ricorda: “Ero in vacanza con la mamma e con le mie sorelle nel momento in cui tutto è iniziato. Cercavamo di tornare a casa quando fummo sorpresi dai bombardamenti, il viaggio di ritorno è stato un incubo…l’odore di carne umana bruciata non mi ha mai lasciato. È stato terribile”. La situazione in Polonia, per la comunità ebraica, diventa di giorno in giorno sempre peggiore. Nel 1942, attraverso i contatti del padre, Ben viene impiegato in una fabbrica che lavora vetro. Un giorno, mentre lui e il padre sono al lavoro fuori dal ghetto i tedeschi rastrellano 530 persone, tra cui la madre e la sorella Lusia, che vengono fucilate nella foresta.
Nel luglio del 1943 il ghetto viene sgombrato, Ben e suo padre sono deportati a Buchenwald, mentre la sorella, Mala, è rinchiusa a Ravensbruck. Da Buchenwald padre e figlio avrebbero dovuto andare a Schlieben per la produzione di mine anticarro. Ben viene chiamato mentre il padre non entra nella lista e rimane a Buchenwald. Morirà all’età di 38 anni nella marcia della morte.
Anche per Ben la vita, anche se continua, finisce con quei lutti. Se cercate sul web troverete una foto di lui, ormai anziano, che guarda una foto della sua famiglia, prima della Shoah.
Non ho la forza di guardare o pensare ad altro…
Terminata la guerra Ben diventa uno dei 750 ‘boys’ dei voli di salvataggio della Royal Air destinati a essere affidati a organizzazioni ebraiche. Helfgott ha solo 15 anni e deve riprendere il filo della sua infanzia spezzata.
Undici anni dopo essere stato liberato, e di nuovo ancora dopo quattro anni, è campione olimpico, capitano della squadra di sollevamento pesi dell’Inghilterra. Fin dagli anni ’60, Ben Helfgott è testimone infaticabile della Shoah in Gran Bretagna e nel mondo dello sport in generale.
Oggi, a 93 anni, ancora guarda con malinconia quella foto in bianco e nero, ormai sbiadita, della sua famiglia.
Raccontare per non dimenticare.
